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CARLO SALVIONI
LOTICO DIALETTO PAVESE
Estratto dal Bollettino della Società Pavese di Storia Patria Armo II. 1902. Fascicolo I e II.
PAVIA
PREMIATA TIPOGRAFIA FRATELLI FUSI Largo di Via Roma N. 7
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DELL’ANTICO DIALETTO PAVESE
TRIBUTO DI LUNGA E RISPETTOSA AMICIZIA AL PROF. GUEND ALINO ( FORSTER , EDITORE DEL GRISOSTOMO, QUANDO SI COMPIVA IL 25° ANNIVERSARIO DEL SUO MAGISTERO NOBILE E FECONDO SULLA ! CATTEDRA GIÀ RESA INSIGNE DA FEDERICO DIEZ.
(2 6 OTTOBRE 1901).
Nelle pagine che seguono, si designan colle sigle U, C, CS, tre testi dei sec. XI Y e XV, il cui contenuto idiomatico serve a gettar qualche luce sul dialetto di Pavia in quel giro di tempo.
Il primo, il testo U, appartiene alla Biblioteca Universitaria di Pavia, dove occupa i ff. 45r-49v del cod. membranaceo che porta, al catalogo, il num. 385. Ci serban essi il testo vol- gare delle preghiere che solevansi recitare in certe occasioni dai Disciplinati di Santa Maria di Pavia. Il restante del volume con- tiene il testo latino degli Statuti degli stessi Disciplinati, e un calendario ecclesiastico della diocesi di Pavia. Tutta roba, il latino e il volgare, del sec. XIV.
Gli altri due testi si conservano alla Zelada presso Pavia, nella ricchissima Biblioteca del Conte Antonio Cavagna-Sangiu- liani ; il quale munifico ed erudito signore debbo io qui pubblica- mente ringraziare non solo d’avermi concesso di studiare con ogni maggiore agio i due preziosi cimeli, ma anche e in primo luogo d’ avermeli additati. Il cod. CS, — composto di 50 fogli mem- branacei delle dimensioni di 18.9 per 14, legato in legno rico- perto di cuoio con borchie, — è il più antico, risalendo esso all’ epoca del vescovado pavese di Giov. Fulgosi (1329-42) e al pontificato di Benedetto XII (1334-42). Contiene gli statuti e or-
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dinamenti dei Raccomandati di Santa Maria di Pavia. Gli statuti volgari, s’ intende, chè i latini si leggon frammentariamente e d’ altra mano nei fogli di guardia che stanno in principio e in fine del volume. Sgraziatamente, se pure il più antico, è tut- tavia come lingua il testo meno genuino. Le traccie estrinseche ed intrinseche della flgliazion milanese di questi Statuti sono in- fatti troppo evidenti e numerose. Fra le estrinseche, che il ri- maneggiatore non s’è nemmen dato la pena di fare scomparire, noto questi passi : ‘etiam dio e componuda questa ovra ad laude de la citade de Miliario e de tuto lo stado de Millano’ f. lv, dove, naturalmente, s’intendeva di dar luogo soltanto all’ultima parte ; ‘anchora negano milanexe de la dita fraternitade.... debia’ 5r ; ‘nec debiaiio.... conseliare contra lo.... stato de la comunità de Miliario’ 5v ; ‘gloria del sancissimo padre nostro messere sancto Ambroxio’ 5v. Fra le intrinseche, annovero i numerosi casi di me- tafonesi del num. le delle Illustrazioni che più in là seguono, for- niti quasi intieramente da questo manoscritto, il nessun contributo ch’esso dà agl’importanti num. 23, 29 (cfr. però resmogi) e al non meno importante num. 43. — Il cod. C, — cartaceo, misurante cm. 28 V, per 20 1 /2 , — contiene nei primi undici fogli vari elenchi di confratelli e consorelle sempre della stessa congregazione dei Raccomandati a S. Maria della città di Pavia, elenchi che risal- gono alla 2a metà del sec. XV e alla la del sec. XVI ; nei ff. 16-26 altri elenchi giungenti fino al 1592. Nei ff. 28-42, si leggono gli Sta- tuti della Confraternita, in una redazione non gran che diversa da quella del cod. CS ma non dipendente in via diretta da questa; a ff. 44-49, delle preghiere che aH’ingrosso corrispondono a quelle di U ; a ff. 56-59r, un’alta redazione, ma incompiuta, degli Sta- tuti, e infine, a ff. 63-67, l’elenco delle indulgenze concesse alla Confraternita e le opere di pietà prescritte per meritarsele. Nes- suna di queste parti può dirsi anteriore al 1450, e qualcuna, come p. es. la incompiuta seconda redazione degli Statuti, potrà porsi più vicina al 1500. In ogni modo, dei tre testi è questo il più genuino in ordine al dialetto.
Non so che nessuno abbia mai fatto parola dei codd. C e CS. Sul cod. U s’era invece già fissata l’attenzione del compianto sa-
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cerdote Pietro Moiraglii, il quale e s’occupò del codice e ne pub- blicò le preghiere volgari nell’ Almanacco sacro pavese del 1892 (pp. 82-9, 109-16 ; v. anche pp. 207-10, dov’è la descrizione del codice). Siccome però gli errori di lettura abbondano nel testo del Moiraghi, così le nostre citazioni si riferiranno sempre al manoscritto originale.
L’ attento esame della lingua di questi documenti, indubbia- mente pavesi, ci porta senz’ altro a riconoscere le seguenti pe- culiarità per le quali il pavese si contrappone al dialetto sincrono della Lombardia :
1. La soppressione del -g- gutturale venuto a trovarsi fra vocali. V. il num. 23 delle Illustrazioni.
2. Il nesso -dr- in r. Num. 30.
3. La sostituzione della gutturale g a un - d -, primario o secondario, caduto (1). Num. 29.
(1) Il curioso fenomeno è senz'alcun dubbio analogico, e si connette forse assai strettamente col fatto dell’ ammutimento del -g- gutturale. Questo non é mai invalso, per avventura, in modo assoluto, o quantomeno il -g- ha cominciato a venir restituito, per V influenza lombarda ed emiliana combinate, assai prima che, per l'influenza emiliana, si venisse a restituire il -d-, che, come lo prova il Criso- stomo, veniva sagrificato con foga pedemontana e ligure. A un dato momento dunque, al momento circa in cui fu compilato il Crisostomo, — il quale rispecchie- rebbe quindi, col suo oscillare tra gutturale sagr.ficata e gutturale conservata, una schietta e reale condiziom di cose, — era possibile a Pavia un brea allato a brega, ecc. mentre non lo era un mea allato a meda, ecc. Sennonché, smarritasi la coscienza etimologica di ciò che fosse l'iato di mea, ecc., questi casi venivan tra- volti e confusi con quelli del tipo brea ecc., e come questo aveva allato a se brega , cosi allato a quello si pose mega , ecc. Dove però rimane ,oltremodo no- tevole che, all’ infuori di casi in cui è complicata una vocal labiale (ant. pav. togalia tovaglia, v. Bollettino 1 170, e Bosisio, Doc. d. Chiesa pavese, 112, zavatt. fughègn — lomb. faina faina), e trovan quindi i loro analoghi per una ampia distesa di territori, il -g- mai non tolga altro iato se non quello sorto per la caduta di -d~. Un mega — mea mia, p. es., a me non è occorso, e il
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4. -orno -òma come desinenza di I plur. nell’indic. e cong. presente, e nell’ imperativo. Num. 43.
E che sian queste veramente delle caratteristiche pavesi, ci viene per piu vie confermato. Cominciando dalla prima, trovo nel sonetto pavese di Lancino Curzio (f 1512) queste forme: bo- theya bottega, carreya = lomb. cadrèga sedia, brid brigata, trafio traffico, stomio stomaco, monta monaca, certa chierica; fuouo fuoco, fouolà focolare, zuà giocato (1). Da inventari e corredi dei sec. XV e XVI che il molto Rev. Maioccbi ha avuto la bontà di mostrarmi, rilevo, fra gli oggetti riposti nel solajo, un resionum che non saprei interpretare per altro che per ‘ressegone’ (grossa sega), suamani asciugamani, suacó ‘asciugacapo’ (v. Arch. glott. XV 367) (2), augia ago, a tacere di mia ‘mica’, ch’è anche nel pavese odierno e che può altrimenti dichiararsi e di dianum tegame, dove in ogni modo si tratterrebbe di un esemplare non limitato a Pavia (v. Flechia, Arch. glott. II 57n, Vidossich, Dial.
dèghan (— détm), diano, del Gris. può quindi solo spiegarsi come rincontro di déan e di ddghan.
Ma un’ altra dichiarazione è pur possibile. Occorrono esempi come il mil. regond rotondo e il gen. pigòggiu pidocchio. Il punto di partenza essendo qui * reondo *piòggiut il -g- va spiegato non diversamente che quello del mil. uga uva, scigóla cipolla, ecc. Ora, non potrebbe egli darsi che nel pavese il movi- mento avesse preso le mosse da tali congiunture in cui nell'iato era complicata una vocal labiale {u u o o ò) ?. Che in tali casi, e solo in questi dapprima, la inserzione analogica di g fosse normale, e da qui per via analogica (p. es. prega promosso da un pregon pietrone, -dga -dghi per virtù di -dgo — -àto, i quali poi, per l'oscillare che un dato momento ci fosse, p. es. tra prea e prega , tra -dga e -rfa, promovessero poi sega seta, spaga spada, ecc.) s’ estendesse a ogni altro caso ?
(1) Giova certamente distinguere tra quegli esempi in cui il - g - è tra vocali non labiali, e quelli in cui una delle due vocali o ambedue sono labiali. Nel se- condo caso la soppressione del -g- ha ragioni diverse, e offre esempi in ogni an- golo dell’Alta Italia. Ma nel Piemonte siamo a proporzioni assolutamente supe- riori a quelle d' ogni altro dialetto, e queste proporzioni sono anche nell’ antico pavese.
(2) In un corredo c'é anche sudacho , notevole esempio, comechè sudar , asciu- gare, occorra quasi sempre anche nella piemontese Passione di Revello.
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di Trieste, § 85n). Il pav. moderno conserva ancora cidvia chia- vica, ; pòli pernio (cfr. il piac. pòlag, ecc.), pèrtia pertica, che deve adoprarsi ancora da qualcuno nel Borgo Ticino, e forse Vidlf \ ni., Yigalfo; luèra scintilla (mil. luglièra ), aliò ramarro (gen. lago , ecc.; cfr. Krit. Jahresber. iiber die Fortschritte der roman. Philologie, IV, I p., pag. 135\ bruvla cosso (piac. brùgla ), cioè *berrucula = ve-, secondo la bella etimologia del Parodi, Romania XXYII 220, garuvla maggiolino (mil. carugola ), di cui si tocca più in là (1). A Yoghera poi (v. Nicoli, Il dial. moderno di Yoghera, num. 60), è vivo sempre almeno -i -ia da -ico -a.
— Per la seconda, ricordo, da Lancino, carreya , e a Pavia è sempre San Pè (= Per) in più nomi locali, e la parentela Perone
— Pedrone. Inoltre la roggia Carona è chiamata Padrona e Ca- terona nelle vecchie carte. — Per la terza, eh’ è certo la più singolare, i confronti abbondano. Il Paratico dei Pescatori, pub- blicato e illustrato dal prof. Pietro Pavesi nei voli. I (pp. 246-80) e II (pp. 3-31) del Bollettino storico pavese, ha al cap. YIII un dessegare che V ed. interpreta bene come corrispondente pel senso al moderno daessgaggiàss (sic), ma certo non gli corri- sponde per l’etimo, poiché dessegare altro non sia che dessedd svegliare ; al cap. XXYII, è un caducas, cui corrisponde nella rubrica cadutas , e cazutam (che il Pavesi a torto manda con ‘cacciare’) nel cap. XXXII. Si tratta sempre di ‘caduta’ col signi- ficato di ‘caduta in fallo’ o ‘in pena’ (cfr. cadat ad poenam capp. XXIX e XXXI) ‘contravvenzione’. Caducas non sarà dunque altro che la falsa ricostruzione alla latina del volgare *caduga ca- duta. Yoce dell’antica piscicoltura pavese era anche agano , nome d’un pesce, che il Pavesi, La Distribuz. dei pesci in Lombardia, p. 17n, manda col ven. ladano. Del fenomeno, il dial. di città conserva ancora quattro begli esempi che sono mega (= lomb. mèda meta) (2) barca, bica, reguss o arguss specie di rete a mano cioè ‘retuccio’ (cfr. redini o sia reguzzi ‘retini ossia retucci’, nello stesso Pavesi, voi II, pag. 29), usghéj utensili (mil. usadèj,
(1) Siati anche ricordati i nomi locali Marsgnd , Lardird , Gerenzd, Giùssd, come suonano a Pavia Marcigncigo, Lardirago , Gerenzago , Giussago.
(2) Cfr. il nome loc. Mgasséj Medassino, in quel di Voghera,
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piac. osdej, Arch. glott XII 418) (1), bagà (— mil. e piac. bada) socchiudere. S’aggiunge loro il nome locale Magherno ch’io già ho spiegato come Maderno (v. Boll. st. d. Svizz. it. XXII 94) ‘po- dere proveniente dall’asse materno’, spiegazione di cui ora mi tengo tanto più sicuro in quanto il Rev.mo e studiosissimo Don R. Maiocchi mi dice occorrere appunto, nelle vecchie carte, Maderno allato a Magherno (e a Maerno , C Ir). L’immediato contado aggiunge almeno viga vite, e più ancora aggiunge, nell’Oltrepò pavese, il villaggio di Yarzi (per le cui più strette relazioni col capoluogo v. Nicoli o. c., p. 7 [203] in nota\ da dove ho reiga rete, vigli ridere, seigh sete, rngaja medaglia, muneiga moneta, viga vite, dasgcl destare (v. il dessegare di qui sopra), rugh letame (lomb. rud eccD, cibgh chiodo, Ioga lodare, che stanno certo per una assai più numerosa serie. Infine, sui confini del territorio pavese della Lomellina, nel Novarese, trovo questi altri esempi : digli dito, a Trecate, Yespolate e Terdobbiate, draghè ultimo, figliuolo minore, (cfr. dariè a Robbio), a Trecate e Yespolate, 'prega pietra, pragd colpo di pietra, a Trecate, sbaghé socchiudere, a Yespolate. Più in su, a Oleggio, trovo arfaghè rifiutare e coga coda, due esempi però dove è od era complicata una vocal labiale, e che vorran quindi venir giudicati come i pur olegg. soga sua, toga tua, e il trogd , trovare, del vicino Bellinzago (Y. Rusconi, I parlari del Novarese e della Lomellina, pp. 2-3, 7, 20, 108-9, 110). A un altro confine, a Carbonara di Tortona, occorre seig sete (v. Nigra, Canti popol. del Piemonte, pag. 5) e spiìgand, sputando, nella stessa Tortona (v. Dom. Schiavi, Poesie [in dial. torton. ; Milano 1889], pp. 16, 86), e sarà come un’ultima eco del fenomeno pavese (2) ; mentre riterrei dovuto
(1) C'ò veramente òsghèi anche a Bergamo (Val Seriana), dove non potrebbe valer la ragione invocata per la forma pavese. Rimane quindi aperta la possibi- lità che questa, come quella, sia da mandare coll’ennil. osvéj, di cui v. Romania, XXIX 554 n.
(2) A Tortona e a Varzi ci sarebbe pure dnga anitra, che potrebbe essere *dniga — a’nate, ma anche dichiararsi colla diretta sostituzione di -ica come nel piac. dèrbga — * erpica erpete. A questo clèrbga e a cpieWdnga corrispon- dono, a Pavia e suo contado, dèrbia e dnia, nel cui -ia mi par più conveniente di ravvisare un -ica che non un -ita. Sarebberro quindi altri esempi per la scomparsa di - g -.
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ad assimilazione sillabica Cgreda) il cremon. gregei creta (1). — Per la quarta caratteristica, mi basti di avvertire che -oum (a= òmo ) è la desinenza normale nel Giarlaett, e -urna nel dialetto odierno di Pavia. È questa una caratteristica per cui Pavia s’ acco- muna insieme al piemontese e al piacentino.
Stabilite così, sulla scorta di documenti incontrovertibilmente pavesi, le peculiarità del dialetto di Pavia nei sec. XIY e XY, si troverà hen legittimo che s’attribuiscano a questa città o al suo territorio quante scritture dell’ Alta Italia medievale in se riuniscano quei distintivi caratteri. E sono appunto due impor- tanti monumenti, vaganti fin qui senza un ben vidimato o an- che con un falso passaporto, eh’ io ora voglio rivendicare a Pavia (2). Il primo è la Yita rimata di S. Maria Egiziaca publi- cata da T. Casini a pp. 89-103 del 3° voi. (1880) del Giornale di fdologia romanza. Veramente il Casini giudica franco-veneta la lingua del testo da lui pubblicato, per quanto di francese e di specificamente veneto nulla vi si scorga; non solo, ma ci
(1) Il imi. regagna specie di rete da pesca, che non tutti i vocabolari regi- strano, proverrà forse dalle campagne verso Pavia.
(2) C’ è una poesia sulla natura dei villani e sul modo di trattarli, che fu prima pubblicata da P. Meyer in Romania XII, e fu poi riprodotta dal Monaci nella Crestomazia italiana dei primi secoli, pp. 445-48. L’ autore chiama se stesso Matazone (in mattaccione) da Caligano. Il Meyer ha supposto che si trattasse di Ccdignano in quel di Pavia (di g scritto per gn , v. Archivio glott. XII 383 n). Ora Pesame della lingua di Matazone non avvalorerebbe questo supposto se non colla notevolissima forma mazale majale, che, a mio vedere, avrebbe solo riscontro nel pav. masè majale (v. num. 18n) masalèi majalino, dove è normalmente s — z. — E, per quanto da Bescapè (Pavia) l’autore, nulla ha di ‘pavese’ , come pare amasse credere che fosse il compianto Don Pietro Moiraghi (Almanacco sacro pavese, 1892, p. 88), la lingua del Sermone del buon Pietro. Ben è vero, che il cod. che ce lo conserva non è l’originale. — Il Biondelli, Saggio sui dial. gallo-italici, 669, menziona una farsa del sec. XY dove uno degli interlocutori parlerebbe pavese. Questa farsa è certamente la stessa che si vede ora ristampata, per cura di Al. D’ Ancona, a pp. 5 sgg. della dispensa CLXXXV1I della Scelta di Curiosità letterarie (Due farse del sec. XYI riprodotte sulle antiche stampe. Bologna 1882). Fra i personaggi della farsa figura un Anzolino da Pavia, il quale però parla un dialetto senza caratteristiche, che potrebbe esser d’ogni parte dell’Alta Italia.
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gabella come ‘notajo veneziano’ (p. 90) il notajo Arpino Broda che ha sottoscritto V explicit. Ma proprio questa sottoscrizione avrebbe dovuto metter V editore sulla via di rintracciare la vera patria di Arpino. Poiché 1’ explicit suona appunto così (p. 103): Explicit legenda sancte Marie Egypciane. Deo gratias amen. Arpinus broda ita scripssit ad honorem cruci fixi Anno Cur- rente Millesimo Trecentesimo Octuagesimo Quarto Indicione septima die XVI J mensis decebris. Iste liber est Arpini brode notarij filij quondam Johannis porte pontis parocliie Ecclexie sancti Marini. Deo Gracias amen. Ora la Porta del Ponte e, nel quartiere da essa denominato, la parrocchia di S. Marino, son cose di Pavia. Ma v’ ha di più : nelle matricole de’ Notaj di Pavia dei sec. XIV e XV, figura il nome di Arpinus Broda quondam Johannis, e un atto di lui, rogato il 30 aprile 1378, si conserva nel Museo Civico di Pavia. I Broda eran del resto una famiglia illustre in questo comune (1). Il contrassegno estrin- seco è quindi assai chiaro. Ma non meno chiara è la nota in- trinseca, fornita dal linguaggio. Tanto chiara, eh’ io non ho po- tuto esimermi dall’ illustrare questo documento (contrassegnandolo colla sigla M) insieme agli altri testi pavesi dell’ Universitaria e della raccolta Cavagna-Sangiuliani. S’ io ho avuto ragione di farlo, il lettore potrà giudicarne leggendo più in là i num. 23, 29, 30, 43, delle Illustrazioni, e ponendo mente ai punti notevoli di con- tatto tra il lessico della Maria Egiziaca e quello del Grisostomo. Certo, il testo d’Arpino è molto lisciato, per quant’è della lingua, e le ricostruzioni vi abbondano. Nè istupirà quindi che qualche carattere, come quello del num. 22, appena vi faccia capolino. Ma che, in un testo così confezionato, pur riesca a far capolino, dice assai.
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Ma il più importante, il più copioso, il più genuino, rei al i- vamente, de’ documenti della parlata pavese antica ci è fornito
(1) Vado debitore di queste notizie e di molte altre al Rev.ino Signor Dott. Don Rodolfo Majocchi, al quale m’ è caro di qui esprimere le più cordiali grazie.
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nella Parafrasi del Neminem laedi nisi a se ipso di S. Giovanni Grisostomo (sec. XIV), che si conserva nel cod. N, V , 57 della Biblioteca Nazionale di Torino, che venne pubblicata, come sanno pubblicare i pari suoi, dal prof. Guendalino Forster nel VII vo- lume (pp. 1-120) dell’ Archivio glottologico italiano, e da me illu- strato nei voli. XII (pp. 375-440, 467) e XIV (pp. 201-268) dello stesso Archivio. Da questo codice ci parla un linguaggio più conforme che mai alle quattro caratteristiche pavesi. Si confron- tino i soliti quattro paragrafi delle Illustrazioni che più in là seguono, con quelli del Grisostomo indicati in ognuno di quei paragrafi, e ne scaturirà per ognuno la convinzione profonda della giustezza dell’intuizione nostra.
Ci si permetta però di non perder vista, accanto alle conve- nienze maggiori, parecchie convenienze minori tra il Grisostomo e gli altri antichi testi di Pavia o tra il Grisostomo e il pavese moderno, convenienze che, isolatamente prese, meno provereb- bero, ma che provan molto se considerate nel loro insieme. Ricordo queste:
a ) -ò da * -do -a’to (Gris. § Ili. Credo che questo feno- meno, sempre efficace nelle Alpi lombarde, avesse un giorno anche nelle pianure lombarde e nel piacentino una più larga diffusione, che arguisco dai nomi locali (per Piacenza: Seminò S. Miniato). Di una più intensa o più duratura efficacia doveva però essere nella region pavese, come lo provano i robo, bruso del sonetto di Lancino, che vanno letti robò , brusó, il vogher. lò lato ; a cui s’ aggiungono i nnll. Travacò , Gambolò, Cam- biò, Zerbolò che, dalle forme che loro corrispondono ne’ docu- menti medievali, risultan essere ‘Travaccato’ ‘Gambolato’ ‘Campo beato’ ‘Zerbolato’. V. ancora le Illustraz. num. 7.
b) Il diverso riflesso di -ariu e di -aria; v. le Illustraz. num. 2.
c) Il r da l davanti a consonante. V. Gris. § 36, e Illustraz. num. 18. E sarà un accordo negativo assai notevole, di fronte all’antico e moderno milanese e di fronte all’ alessandro-monfer- rino, la incolumità del l tra vocali.
d) Il tacere del -Il di -eleo, di cui sono esempi nel Gris.
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(què quello, quaré quadrello, Arch. glott. XIV 229, 213) e nel moderno pavese ( capè cappello, usè uccello, ecc. ecc. ; cfr. capè cappello, bue budello, nel sonetto di Lancino Curzio, e tripellus treppiedi, Bollettino I 162, che ricostruisce falsamente un tripè sulla norma appunto di capè', cappello , ecc.). È anche fenomeno monferrino.
e) Le forme di presente come von, don , che son del Gri- sostomo (Arch. glott. XIV 255, § 142), della Maria Egiziaca, Illustraz. § 48 d, g, e che s’ odono tuttodì nella Lomellina {von a Cambiò, ston a Semiana, fon a Mede; v. i saggi di questi comuni, in Rusconi o. c., e p. XXII dello stesso libro).
f) deseva di-, quale imperf. di Movere’, nel Gris. e nella Maria, forma con cui ben s’accorda il dìse di C (Illustraz. num. 49d).
g) Il partic. di Mare’ ‘stare’ nell’ analogia di ‘factu’, ana- logia sconosciuta negli antichi testi di Lombardia. V. Gris. § 153, e le Illustraz. num. 49g.
h) Infine, le seguenti concordanze nel lessico, nella deri- vazione, nel significato, e nell’aspetto fonetico di qualche voce. Ben so che è questo un terreno assai infido. Nè io mi avventu- rerei su di esso, ove non potessi ritenere che anche i meno creduli presteranno qualche fede alla seguente lista di vocaboli occor- renti in modo esclusivo, per quanto vale la mia informazione, nel Grisostomo e nel pavese antico o moderno :
auguco acuto, da confrontarsi con augugie , aghi, nella Ga- bella latina del dazio del com. di Pavia, conservata al museo civico di questa città, v. f.° 74 v. chiavaor; cfr. giavadore less.
confessor cripta, confessione. Era una voce solita ne’ docu- menti latini pavesi del M. E., e solo in questi. Nel Du Cange non si sa citare che questo passo delle Laudes Papiae ap. Mu- ratori, t. 11, col. 19: « ex ipsis Ecclesiis quindecim vel circa reperiuntur, quae cryptas maximas habent quae vulgo Confesso- ri vocatur, in quibus Sanctorum corpora requiescunt intra mar- moreas arcas ». Altri esempi, tutti pavesi, ap. Merkel, L’epitaffio di Ennodio, pag. 72; e v. Arch. glott. XIV 207.
cortellera. A questa voce del Gris. non sapevo io trovar
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nessun riscontro, e la traducevo per ‘posata’. Ora trovo che cor- telerie, cultellerie , astuccio nel quale si riponevan cuochi aj, col- telli, ecc., è voce comune negli Inventari medievali di Pavia; v. Galli Ett. , in questo stesso Bollettino , I 108, 169.
curlé trottola. Vive sempre in Pavia. V. Arch. glott. XIV 208.
gaffo -fo cibo, vivanda. Gris. e M.
garruola e garruela melolonta. Starà per garrùvola (per 1’ e di garruela , cfr. bùssela, Arch. glott. XIV 206, che non si istaccheremo da bussola e pòvelo popolo, Illustraz. num. 14), cor- rispondente al pav. garuvla (mil. carugola eruca) (1). Archivio glott. XII 405-6.
lesguar liquefare. Non conosco altri esempi, oltre a quello del Grisostomo, se non quelli datici dal cap. 49 degli Statuti criminali di Pavia (in latino), dove appunto si legge lesguare e il sost. lesguacio (nel testo a penna, conservato nel Museo Bonetta, cap. 48: lesguare e sleguatio ).
masenar. Ritorna questa forma popolare di ‘mansionario’ in uno dei Documenti inediti della Chiesa pavese pubblicati da G. Bosisio; v. p. 60 (docum. del 1318): maxenario Ecclesiae majoris.
nuiter navigante. Gris. e M.
nunta niente; cfr. noni, nonta , a Cilavegna di Lomellina. Arch. glott. XIV 211.
poiegro puledro. C’ è pulègar diffusissimo in tutto l’agro pavese; e poiegro ritorna anche nel Codice Visconteo-Sforzesco da me illustrato. È tuttavia questa una scrittura nella quale non sarebbe da stupire si fosse infiltrata qualche forma pavese. Ar- chivio glott. XIV 212.
strio lite, contesa. Gris. e M.
struminar. Ricorre anche altrove col significato di ‘battere, percuotere’, ma in quello di ‘lanciare, scagliare’, — e tale è esclusivamente quello del Grisostomo, — non ha riscontro che
(1) Il sinonimo monf. suona sgarlivra , che sarà *galivra ottenuto da *garivra (— garuvla) per la dissimulaz. di r-r, e il cui primo r si sarà introdotto quando si oscillava tra *garivra e *galivra ,
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negli Stat. crim. di Pavia, che al par. 55 proibiscono di ‘trahere, prohicere vel straminare [stru- nel testo a penna] lapides’.
travaca baracca, trabacca; cfr. il mod. pav. travaca edifìcio a sostegno di argini, ecc. Importante è qui, il -v-, che rivedo solo, se pur la voce qui spetta, nel valsass. travacch fienile sovrap- posto alla stalla.
Ricordo inoltre villa vigilia (Gris. e C), pagor e paor (Gris. e M), che mancano ai testi lombardi, e ridi , che manca pure ai lombardi, ma è nel pav. red , Arch. glott. XIV 214.
Tale dunque la mia sentenza intorno al Grisostomo : esso è un testo pavese, il più importante dei testi pavesi. Non è però, questo mio, il solo giudizio che sia stato proferto sulla quistione. Già da un pezzo tre studiosi, di quelli che vanno per la maggiore in questi studi, ebbero ad occuparsi della lingua della Parafrasi, ognuno per opinare diversamente dall’altro.
Il Forster, nel pubblicare il testo, lo chiamò, nel titolo stesso, bombardo’. Poco dopo, P Ascoli, dovendo citare il Grisostomo (Arch. glott. VII 146), ne poneva il dialetto ‘come a cavaliere tra la Lombardia ed il Piemonte’. Il Meyer-Liibke invece, che del Gris. dovette toccare a più riprese (Grober’ s Grundriss I 560, Italie- nische Grammatik, pag. XII), non esita a riconoscervi un docu- mento piemontese (1).
Le ragioni del loro giudizio, — pronunciato del resto quasi per incidenza da ognuno, — non ce le espongono nè il Forster nè l’Ascoli, nè il Meyer Liibke. Ma s’ intuiscono. Il Forster era occupato, in quello stesso giro di tempo in cui ci regalava il Grisostomo, a illustrare i più antichi monumenti della region pedemontana, e non poteva non rimanere colpito dal divario grande che intercedeva tra questi e il Grisostomo. Qui, intatto
(I) Non deve trattarsi di un ravvedimento del Meyer-Liibke, bensì di una svista, se a pag. XX del 3° voi. della Romanische Grammatik si legge questa indicazione : « Testi lomb. rr Testi lombardi Arch. Glott. VII, ». Nel posto qui indicato sta, è vero, il Grisostomo ; ma il Meyer-Liibke voleva certo par- lare del voi. IX, in principio del quale stanno appunto dei ‘Testi lombardi’.
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P-a’re dell’infinito, che là è ridotto a -èr, qui non il dittongo dell’ è chiuso, qui nessuna traccia di -ulo -ine, ecc., in -w, qui g{i) da -gl-, non j, qui c(i) da ct, non jt , come colà. Nella cono- scenza che allora s’aveva dei dialetti pedemontani, quest’ ultimo fatto appunto poteva senz’altro indurre ad attribuire un testo, cui fosse proprio, alla Lombardia. Tanto più poi che, quando si tratti di raffrontare i testi medievali piemontesi coi lombardi, questi soli hanno c(i). Del resto, P avere il Forster adoperato la parola ‘lombardo’ e non ‘milanese’ ci mostra, a prescinder anche dal supposto che all’epiteto egli attribuisse il solo valore politico e potesse quindi andarvi inclusa anche Pavia, ci mostra, dico, che al Forster appariva ben chiara la diversità che corre tra il Griso- stomo e la lingua, p. es.. di Bonvesin e Bescapè, ch’egli troppo bene conosceva. Questa diversità è grandissima ; e siccome io nel- Pillustrare il Grisostomo ho insieme e parallelamente illustrato un testo veramente lombardo, così il lettore, che volesse farsene un proprio giudizio, non ha che da scorrere i singoli paragrafi di quel lavoro, dove per A è indicato il Grisostomo, per B il testo lom- bardo. — I motivi del Meyer-Lùbke sono ancora più ovvi. Di capitale importanza doveva risultare per lui il fenomeno del -g- venuto a tacere ; a cui subito s’associavano, rafforzandone il valore, il -d- pure silente (fenomeno piemontese più che altro per le proporzioni assolute in cui nel Grisost. e nel Piemontese si attua), il -dr- in r, e Y-òma di 1. plurale. — Quanto all’ A- scoli, si capiranno di leggieri le sue ragioni, mettendo insieme quelle che noi abbiamo supposte al Forster e al Meyer-Lùbke singolarmente.
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Ma di invocare il Piemonte, a proposito del Grisostomo, ben avevan ragione e l’ Ascoli e il Meyer-Lùbke. Poiché la presenza dell’elemento piemontese risulta indubitata dagli antichi docu- menti del dialetto pavese, nel quale, come ora è prevalente la corrente emiliana (piacentina ; v. il lavoro del Nicoli, Dial. di Vogherà, passim.), nel M. E. prevaleva invece una corrente ales-
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sandro-monferrina. Questa corrente é provata principalmente dalle sorti del -g-, e dalla proporzione in cui è soppresso il -d-, proporzione cli’è particolarmente attestata dal Grisostomo (Arch. glott. XIV 235, § 53) e da Lancino Curzio ( citayela cittadella, bué budello, siela ■= lomb. sedèla secchio, paiela padella, scuela scodella, briela predella, hospyà ospedale ; di fronte ai quali fa cattiva figura credeya credeva) (1). S’ aggiungono il r da -dr- e V-òmo -a di 1. plur., che son però de’ fenomeni nei quali piemontese e piacentino s’ incontrano. Ma manca al Piemonte il fenemeno importante che s’ esemplifica per megaglia meda- glia, fenomeno che risulta invece — ciò che non potevan sa- pere prima d’ oggi l’Ascoli e il Meyer-Liibke — proprio e ca- ratteristico del territorio pavese. La combinazione di questo fe- nomeno coi fenomeni pedemontani e lombardi testò menzionati costituisce dunque il carattere distintivo del dialetto di Pavia nel- l’età di mezzo. E siccome questo carattere è insieme quello del Grisostomo, così riesce ovvio il conchiuderne che il Grisostomo è una scrittura pavese.
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Premesse le quali cose, passo ad illustrare la lingua dei co- dici Cavagna-Sangiuliani (C e CS), del codice dell’ Universitaria (U), e del testo a stampa della vita di S. Maria Egiziaca (M) (2).
(1) Cfr. ancora limiale ( limeale nel testo a penna) limitare, soglia, nel cap. 41 degli Statuti civili di Pavia (1505;.
(2) La lezione del Casini è buona e attendibile. Tuttavia credo utile dare qui il risultato di una mia collazione del codice, nella quale però prescindo dalle mere varianti grafice e dalle combinazioni che il Casini ha sciolte, ma nel cod. o non sono sciolte o sono diversamente disposte : v. 7 in cressimento ;
— v. 59 fireua ; — v. 64 ue\ — v. 88 rende ; — v. 113 no; — v. 261, potreb- b’essere duyyo ma anche drigyo', — v. 276 la ; — v. 278 tosto', — v. 310 la contenda', — v. 338 uostro ; — v. 342 despiaxe ; — v. 348 bornie ; — v- 354 sono, e così sempre; — v. 387 super’, — v. 397 iniinìgo\ — v. 424 incathenaa ; — v. 449 cha', — 450, asetaya non sarebbe da escludere; — v. 459 se gyama ;
— v. 474 auuo\ — 476 reffua non è da escludere; — v. 499 pare ; — v. 502 no; — v. 547 da ; — v. 627, potrebbe aversi comunigare o -gar, la lettera o le
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ANNOTAZIONI FONETICHE E MORFOLOGICHE
1. AlTNOTAZIOlTI FONETICHE
I. Vocali toniche.
1. Effetti dell’ -i (Gris § 1) : a) nuy mi 0 44r, U 48r, ecc. vu M 858 (allato a noy e no, e a voy), duy chi C 37r, 46v, CS 21r ( doy CS 32v, 43r ; fem. doe dovi M 750, C 46v, 47r), tri 1M 265, C 31v, 46r, CS 30r (fem. tre C 46r, tree M 664, neutr. treci M 656).
b) siti siete, deviti, regi, si, porissi, avissi ecc. C 29r, CS 5r, ecc., M 234, 349, 228, 229, 234, 338, ecc.
c) quisti, quitti quy , f radilli, cavilti -gli capelli M 267, 742, 466, nign M 282, spiove spesi, aprixi accesi, vischi vescovi CS 14v [arcive-
lettere che seguono all’a essendo sbiadite; — v. 656 trea ; — v. 666, io leg- gerei chi de am; — v. 673. pur al posto di piu ; — v. 685, piuttosto
flumo ; — v. 689 ad, cel\ — v. 727 aregordar\ — v. 738, cancellato aeua
prima di aueua\ — v. 746 dexaya\ dalmagyo\ — v. 791 an ; — v. 812 qua- rentenna ; — v. 825 ensij ; — v. 832, tanto potrebb" essere soraa che foraa ; — v. 913 mi pare che era vssa ; — v. 1017, forse la mea uita fo cotale — v. 1074, pare anche a me uoaua, ma siccome la porzione dell’o che pende verso Va è coperta da una piccola macchia, così non si potrebbe escludere ueaua\ — v. 1110 poeua ; — v, 1136 chiuan\ — v. 1153 follia; — v. 1157, piuttosto gè che non ge\ — v. 1169 ue\ — v. 1172, A bassar è corretto in A baxar ; — v. 1175 romanereua ; — v. 1326, panni pege ; — v. 1241 Ioxmax; — v. 1253, cancel- lato l'é^che segue a regno. — I vv. 1251-4 sono scritti su altra colonna a cui
si rimanda con un richiamo. Sotto ad essi si legge: Explicit legenda Sancte Marie Egyptiane deo gracias Amen. Arpinus Broda scripssit. Così Arpino s’è firmato per ben tre volte.
(1) Nelle pagine che seguono, la sigla ‘Gris.’ rimanda alle illustrazioni del- l’Antica parafrasi di S. Crisostomo, illustrazioni che si leggono, come s' è detto, nei voli. XII (pp. 375-440) e XIV (pp. 201-268) dell' Archivio glottologico italiano. Nel XIV, sono le Annotaziozioni fonetiche e morfologiche, alle quali si rimanda facendo seguire a ‘Gris.’ la cifra che designa il paragrafo; nel XII, sta il Les- sico, eh’ è indicato colla sigla ‘less.’ facente séguito a ‘Gris.’; mentre ‘Gris. app.’ rimanda all’appendice al lessico ch’è in XIV 204-216.
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schi ib.] , presinti, ordinamenti] suzi sozzi CS 9v, 17r, bexogniusi , vergo- gniuxi. Tutti gli esempi di u e la grande maggioranza di quelli di i son forniti da CS.
2. La contrapposizione, in M, di deregar 715 a 'primeva 18, 253, di denar 1146, marinar 309, 366, a bor doleva 1069, ci dice chiaro, mal- grado i non pochi esempi di - er , che dovesse qui invalere la stessa norma che nel Gris. § 4.
3. (Gris § 6). piiìi pieno U 48v (1), pina C 63v, M 1213 ecc., v. il less., eira cera CS 301, saraxùi saraceno C 45v, maistro C 7r, 8r amai- stra ammaestra C 44v, 29r ; vèlia vigilia C 64v, 65r, ecc., vinti CS 40r vinte venti C 63r, 64r, dye dita M 758, che son tre esempi ben diffusi nei quali sempre si tratta di i seguito dalla palatina g ; dibia debba C 56r ; sira sera CS 15v ; vidua vedova C 45v, U 45v, less. ; cominicano comunicano U 48r, insa esca CS 22v, intra CS 44v, princhan less.. con i dalle arizotoniche.
4. sena Siena CS 44v. — vederne ‘redimere’ C 65r, brega briga; cercha less., incercho less. ; énvria ‘innebria’ U 47v ; consoglio, cogli M 281, ecc. ; acoménza, ecc.
5. orba less. ; longo ; qualonqua C 58v, adoncha C 57v, ecc., ponger pungere, zonzer aggiungere, ponto punto, ecc. Ma è visibile una ten- denza a ridurre -ón a un : caxun M 58, tengnn M 193, ed i nomi di famiglia Arigun Arrigoni C 17r, Castiglium Castiglione (n.l.) Bergognvn , Gnaslnn Guastoni, Guattir um Gualtieroni, Ogiun , tutti in C, negli elenchi dei confratelli. Dati i quali esempi, crederemo meno che sian delle pure imitazioni latine sum sono M 189, 192 (e così pure uttm vado M 1181), sun sum sunt M 971, 972, e fors’anche unbra M 865, linde M 918, e simili. V. anche cmn come M 469. — pyura less.
6. alchon U 48v, comone ih., e ben potrebbe darsi che l’o qui vo- lesse rendere un ò del dialetto (v. Nicoli, Dialetto di Voghera, § 37).
7. dittonghi primari : golta gota, less., oldir less., [olgir less.], olsar less., allato a ozua udita, ossa osa , possa, cossa \ exaldissa U 49r. — dit-
(1) Come nel piacentino (Gorra, Dial. di Piacenza, § 32), anche nell’odierno pavese, quale risulta dal vecchio Giarlaett (almanacco del 1765, ristampato nel 1X36. Cito sempre la ristampa;, non solo la forinola -in o in -f- cons. rimane inalterata, non si riduce cioè a -i, quando preceda una consonante palatina ( avein vecchietto ‘vecchino’, di fronte a Dsei Ticino), ma, data sempre la palatina, anche P è di én o én + cons. in forinola originaria, riduce il proprio è ad i : pjin pieno, spariinsa esperienza, sciènza scienza, ecc., Giarlaett 109.
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tonghi secondari. Notevoli in M, asay 573, ay hai, say sai, stcty stai 985, coynengay cominciai, ecc., allato a ase 606, e hai 565 , paseré passerai, ecc., se (leggi così invece di s e ) sai 175, ve vai 184, comencé 1063. Si potrebbe credere, per la prima serie di forme, a un’ influenza letteraria; ma questa mi pare esclusa da forme come day date 1138, fay fate (impe- rai) 52, 68, anday andate 1187, perdonay perdonate (imperat.), siay 370, dbiay 516, allato a ste state (imperat.) 917. Del resto : li que i quali OS 22r, le verité CS 22r. — co capo, OS 33v, 34r, M 785 ; e forse qualche esempio di -ó = -ato (Grris. § 11) : duro , C 46r, dove 1’ -o corregge un’altra lettera, mostro M 952.
II. Vocali alone.
8. uraxo U 45v, 48r, less., prigo less., freto ecc. less., impriali soldi imperiali CS 9r, 18r, 43r, temprai temporale C 48v, spirtuali 0 63r, di- stia less. {direnare C 31v) (1) ; oura opera OS Ir, lv, noxeure less., quaresma C 31v. Ma biassmo M 58, medesmo, son due antichissimi gal- licismi (2), che conservano lo sm francese.
9. inarar less., marge M 605, G32, ecc., parlati prelati OS 14v, re- nar di ver nardi CS 39r, 41r, lOr, llv. C 32 v, 33v, 39r, 40v, 63r, onde poi anche vernadi CS 9v, 19v, 20r ; axtrato estratto C 57v ; piatosa C 66v, piagadi -e piegati -e OS 21r, 21v, 20r, 24r, 27v, manà menare U 48r, mandamento emendamento CS 29r, zazunà less., maladite C 66r, cariavano less., vintazinque , dove V -a proviene da trenta , ecc. In piaxa- mento U 48r, baladori CS 31v, ravviseremo la sostituzione di -amentoì ecc. (3).
(1) In C, è più volte eli — che davanti consonante, e sarà da riconoscervi uno sbaglio anzi che il fenomeno del pav. odierno in esempi come ach van ‘che vanno. ecc.
(2) Son due gallicismi che si son più volte rinnovati in Italia, come lo provano biamar , Giornale storico della letterat. italiana, Vili 418, il frequente medemo (mil. medèm, ecc .), e perfino wm, a Como.
(3) Ricordiamo in nota come tanto in C che in U, ma con assai maggior fre- quenza in CS, s'abbiano esempi di al , pronome atono soggetto di 3. persona : al non sa C 63r, al de C 47v, se al fosse alcun C 47r, 5’ al avesse C 63v, 64v, CS 7r (bis), al ne dea U 48r, al ge piasa U 48r, al ge la con firma U 48r, al disna CS 8r, al debia CS 9r, 9v, lOr, al sia CS 9v, al fi recevudo CS 111*, al sera venudo CS 12r, al ofrisse CS 12r, al dixe CS 17r, al e possibille CS 18v, alla acressa CS 20v, al ghe pare CS 23r, ali seran tornati CS 34r, ali seran ue- gniudi CS 23v, ay porano CS 24r, ali sapiano CS 27v, ale possano CS 30r, ali veneno CS 44v, a se confessano CS 44v. V. Arch. glottol. ital. XIV 224n, 251n.
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10. et se ‘e si’ M 183, ecc., e se se den ‘e sì devonsi’ CS 4v, li quali se an metudo ‘i quali sì hanno messo’ OS 6r, ecc., menori CS 42r, 33r, 45r, menò C 65v, vexenda less., preve- e previlegio OS 39v, 16v, C 28v, 39v, 66v, semeglante M 45v, ecc., penetencia M 644, 650, naveganti U 47r, lagremava M 38, fragelitd OS 1 Ir, piaxemento , rezemento , cressemento ; en- che alterna con in- in M ( entexa , encreser, engenerassi , ennavrao, en- steso) ecc.) ; — ùtelle CS 19r, 30v, -évele -ìbilis, uergene, prevede (ma, al plur., previdi 0 44v e previ — previi U 48r), / emene , homeni , picen, goven (1), domenega -ea 0 64r OS 9v, gierea less. (ma, al plur., zerixi CS 14v), ecc. ecc.
11. levare lavare CS 32r, 36r, exeminado CS 42v, 45v, amendemento U 48r, quarentena less., mencamenti U 48v ; ceschaduno ciasch- CS 30 v, ecc. ; monexi M 803, schandelo C 58r.
12. dinari CS 18v, picunia CS 36r, vidudo CS lOr, ni nec passim ; astiai C 66r, CS 9r, caristia C 48r (2) ; milae metà M 288, 1003, ligere leggiero C 30r, vignerà ecc. C 33v. 49r, zinogie C 63v, spiziaiitd CS 19r, girao less., affivelio affievolito M 763, cioè -fji- -fje-.
13. romaxo ecc. CS 17r, ecc., somiante C 63v, ecc., domentegato CS 15v, voava ‘vietava’ M 1074 (v. p. 207 n), strumeco less.; reslutuire C 58v, so no se no M 354, 387, 1018. Non chiaro, e del resto malsicuro, asotaga less.
14. serore CS 14v, C 44s, secorsse soccorrersi C 66r, reondo rotondo M 259, 275, prepona preponudo preposito CS 19r, 27r, C 35v, 67r, preces- sioni CS 32 v ; — povelo popolo C 48r. — asytiglao assottigliato M 762 ( asetilia e sedi in Bonvesin, ap. Mussafìa, Altmail. Mundart, § 33, mil. seti , ecc.).
15. tnuria C 48r, muriva M 1040, impunird imporrà C 38 [imponeva C 65r), furbi j forbiti M 206, buglyo bollito M 839, umay M 911, 956, cussi -si passim, zuava giocava M 235, fugaza CS 18r, 18v, ludó C 66v ; scruyada less.
16. vocali finali. Nei frequenti -e per i di plurale, che ci sono offerti da CS e in misura assai minore da U, si tratterà di false rico- struzioni (p. es. sono state lede et firmade sono stati letti e firmati 4v, ecc. ecc.) Ricostrutto falsamente è pure 1’ -e di zenere gennajo CS 4v, canzelere C 37r, usgiere portinajo C 63v, ligere leggiero C 30r (3;. Avrà
(1) ordin C 66v (bis), dove s’accenna forse alla norma di cui in Gris. § 21 bis.
(2) sin van ‘se ne vanno’ M 376.
(3) Ricostruito anche Ve di poxe CS lOv, 15r, 22v (poxo C 30v, 39v), fine sino CS lOv, 13r, per fine C 31v, 36v, 37r, dove influiva ‘fine’ (efr. alla perfine ), eonde secundum C 66 v.
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invece una base reale 1’ -i di luti alivi parole CS 9r, luti le fesiividade CS 9v.
-a negli indeclinabili : insema less., sema less., ascha less., fina CS 33v, 35r, suxa C 37r, ecc., less., zusa less., uolumtera M passim, ancha anche M passim, da posa C 63v, se pur non vi si tratta di posa = poscia. — Sarà forse un errore minch = mincha C 63r.
fex fece M 722, fax fa facit M 975 (1), dis num. 49 d. sta stato C 30r, 34v, 36v, 40r, perdona : pecca M 585-6 acomencd arma M 203 204, altro altrove M 319, dre dietro M 1156.
III. Consonanti.
17. J. giace giace, ecc., pass. Del resto sempre ^ sonoro, scritto dove z, dove e.
lj. fio li C 28r, somiante C 63v, ecc. Ma in M il nesso appar sem- pre intatto, -li: cavigli M 466, quey U 46v, frael U 45v, 46v, Cardinal U 46 r.
-ni. agni C 65r, M 243 740, pagni M 741.
tj. palassio palazzo M 707 (del ss v. num. 32), servixio C 30r ; — secondario : usgiere (= us’cere) C 37r.
dj. ozuo olzuo udito M. 929 ecc.
18. L. Interno fra vocali, in /, ne’ soli esempi : perior pericolo M 301, charamya calamita M 378, che sarà voce genovese, noxevre CS 17r, che spetterà alla base milanese del testo. Come nel Grris. (§ 36) (2), si può dunque dire che il fenomeno milanese di -l- in r manchi ai nostri testi. Quando preceda a consonante, può volgere a r : armen al-
(1) Il passo suona: no gran vergonga e men fax , dove si capisce che sotto la penna del copista son venuti a porsi due modi : ‘n'ho gran vergogna' e ‘gran ver- gogna me ne fa’. Siccome fax è richiesto dalla rima, emenderemo in granda ver- gonga men fax.
(2) Il Naar del Grisostomo ci rappresenterà -di sostituito da -a’rio e lo stesso può dirsi di piaggar. Un esempio pavese moderno di tale sostituzione è il masé (== maser ) majale, di cui a pag. 199n. Il diminutivo di questa voce è però ynasaléi; dove quindi o s'è conservate, il suffisso etimologico, oppure masé è stato interpretato come *masèl. Nel pavese -è da -eleo ed -è da -ario coincidono com- pletamente, e già coincidevano nel sec. XV, avendosi da documenti di questo pe- riodo la forma tajello tagliere.
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meno C 64v (bis), 65v, artorio (*alt-) ajuto C 57r, carcha M 618, bar- chon less. (1). Cade in vota volta C 64v, 66v, 67r.
affricion afflizione M 778.
-1 (-11). dinaa less., celestid U 48r. E sarà da leggere fraé (= frael U 45v (bis), 46v) il frae 48r, 48v (più volte) di U (2). Per pri go v. il less.
19. CI ecc. Riterremo ricostrutti i pochi casi ( claro M 254, fiore M 257, di fronte a gyar M 275, firio M 256, ecc.) nei quali il nesso ap- pare intatto.
La risoluzione di cl è alla lombarda, e alla lombarda (tranne che in due esempi dove s’ha ghy : mesghyna less., enghynarse less.; v. Gris. XII 881-2) è pur reso graficamente il suono che ne risulta. Ben notevole il z di zeregado CS 12v, 42v, 45v, zerixi CS 14v, che ha suo riscontro nel se- del brianz. scereghètt chierichetto, Cherubini, Yocab. mil. Y 294 (3'. In vsrmegle vermiglie M 741, oreglé M 675, avremo dei pretti gallicismi.
20. R. dncholla àncora less., dove s’avrà una sostituzione di suf- fisso, cilostro less. (cfr. mil. zita cera) (4).
-r : si Siro C 44r, mogie less., prió priore C 65r, predicado pre- dico C 65v, meno C 65v, lavoro C 65r, ecc., num 39. Nell’ infinito : porta M 940, nuncidte M 511, pari M 55, dormi M 383, ed altri esempi anche negli altri testi.
21. N. te tieni M 183, ve vieni 184, he bene M 767 (v. Gris § 42 in fine) ; coven conviene M 477. Del resto ho solo da notare come sia frequentissima in tutti i testi la grafia -m per -n (Gris. § 42n).
22. Y. Può scomparire tra due vocali di cui una sia labiale : vescoe -oy U 46r, 48, rezeudo C 63v, CS 6v, 12v, laora C 65r, paor M 1039, trohé trovai M 1210. — aeua , M 265, è forse uno sbaglio per auea.
(1) Cfr. bermi elmi nella Gabella del Dazio di Pavia, ms. f.° 76v. - Un esempio a combinazione sintattica par essere ar lago ‘al laccio' M 399. E forse ajutava la spinta dissimilativa, come in darlao dallato, ap. Rajna, Contrasto dell’acqua e del vino (Firen. 1897; Nozze D'Ancona-Orvieto) pag. VlIIn.
(2) La caduta del -l nelle condizioni degli esempi allegati nel testo, e cioè dopo vocale accentata, ci è guarentita anche dalla ricostruzione, frequente ne’ docu- menti latini di Pavia, di ri, rio, per rile. Cfr. anche fi filo, nel son. di Lancino.
(3) C’è anche pavesato apparecchiato, pronto CS 31 v, di fronte a parregiato CS 32r. Ma potrebbe trattarsi di un derivato in - eggiare .
(4) Si può cerco chiedere se cilostro non abbia il suo l per dissimilazione ( feirostro ), e se zita non si spieghi quindi col derivato.
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Gutturali. 23. — K è ridotto solitamente a g : aregogliere C 46r, U 47r, aregc damento 0 44r regordar M 790, ecc.. In parecchi esempi poi, primario o secondario, il g scompare : nurìaga nutricata, less., spy- ago less., dia dica C 65v, brea (corretto su anteriore brega) briga 0 46r, domenee domeniche C 63v (bis), gierea chieric- less., girao less., U 48r ; — aosto -usto agosto 0 35r, 64v, austin Agostino 0 65v ; seonde 0 66v, neun (== neguno CS lv, ecc.) C 66r, 66v, ecc., perior pe- ricolo M 301, seo seco M 474, zoi sost. ‘giuochi’ C 66r zuava giocava M 235 (1). Vedi Gris. § 45.
24. kw : chi qui C 28r, 28v, ascha less.
25. et. leggo -ggio letto M 678, 0 64v, aspegyava -giar M 899, 948, drigio diritto M 345, dugyo less., fagya M 123 -già U 45v (onde dagyo U 46v, stagya -gie M 469, U 45v), digyo detto M 941, benegyo benedetto U 47r, tollegio tolto C 63r, ogianta ogg- ottanta 0 63r (bis), 64v, piangy pianti M 10 (2). Nessun esempio da CS ( tolleto 23v, 7r, fato, datto -ti, ecc.).
Palatali. 26. Il c di ce ci preceduto da vocale si riduce a s sonoro, reso graficamente per s x, z, e, in M, qualche volta per ss (num 32) : raysse radice M 841 , gyasse giace M 677, piasse piace M 1184, doexe dodici U 45v, croxa croce, duxento , trexento, ecc., peccaria ze M 602, ecc., pia- x esse M 358 (3).
27. retion religione M 798 ; vilia vigilia C 64v, 65r, amaistra C 29r 44r.
Dentali. 28. D. Fra vocali : creer credere, creo credo, ecc., M 63, 232, 230, 328, 633, vehente vedente M 1243 (per il h, cfr. trohé num. 22, e v. Arch. glott. XII 384), oyo (1. oyuo) udito M 340, nuo nudo M 883, 893, ryeva rideva M 235, crue M 842, drua less., beneto -gyo U 48r, 47r, benisone less., moo modo U 48r, doexe dodici U 45v, rayxe radice M 702, 841.
(1) Qui anche redua U 46v, C 63v, allato a reduga U 47r, 48r, 49r, C 47r, conduga U 49r, M 348, 1256. L infili, è reduere C 38v, C 48r, conduer M 399, 567, pav. riduv (— ridu-e)\ e v. Gris. § 62n.
(2) Analogamente a ct, è trattato gd, in fregyo freddo M 744. Solo il gy avrà qui valore di sonora, mentre negli esempi del testo si tratta, com'è risaputo, della sorda.
(3) In lisenzia C 39v, 34r, non si tratterà di voce popolare, e il s vi si rag- guaglierà a s sonoro ottenuto nell’ intento di dissimilare i due .s (* lizenzìa ) ; cfr. il mil. are. lissenza, che ha per compagni messizia amicizia, insenz cioè in- zenz (ma potrebbe anche trattarsi di una metatesi reciproca tra z e s : *inzens in insenz) incenso, Vissenz Yicenzo.
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T. Fra vocali, si riduce a d, e può poi, come il d primario, di- leguarsi : Agdda Agata CS 35v, ayditr less., prevede prete, ecc. ecc. ; — dinati natale C 64v, frael fratello U 45v, 46v, fayga fatica M 123, 182, 705, sene scudi M 207 225, abao abbate, abaya M 784, reondo ro- tondo, voava ‘ vietava ’ less., pòeva poesse ‘ poteva -esse ’ M 215, 226, 435, 393, 400, poestae , resfua ‘rifiuta’, saluo saluto, dye dita M 758, pec- caor , guardatura, ayar less., -do = -a’to, -àa =• -a’ta, ecc., -io = -ito, -ito — -uro, ecc. ecc. V. ancora i num. 29, 16 in fine.
29. Non di rado, sopratutto in M, il -d- caduto appar sosti- tuito dalla gutturale g\ dagi dadi C 31v ( dai C 66r), loghomo laude- mus U 47v, resmogi (e remosgi num. 33) remoti rimossi CS 38v, pri- vagli privata M 5, 132, nuriaga M 57, cor tinga less., fiaga fiata M 147, passagli M 400, asotaga M 450, spyago less. , spaghe spade M 208, prega pietra M 667, megaglie ‘medaglie’ M 664, deregar ultimo ( derear nel Gris.' M 715, reghecon less., nugo -ga M 921, 928, 936, 946, reffuga ‘rifiuta’ M 604. Vedi Gris. § 39 (pag. 231, 231n), dove è da aggiungere careagi, Gris. less., ch’ora non dubito di mandar col dagi di qui sopra, e di interpretare per ‘caricati’.
30. -dr- (tr). mare TJ 45v, 46r, M pass., pare U 45v, M pass. ; pero Pietro C 45v, nuriaga less., peccarixe peccatrice M passim., ( madre CS 4r, 28r, padre C 28r, 28v, 30v, CS Ir, 4r). Gris. § 54.
31. Labiali, povolo -velo popolo, prevede * praebiter, prete; avri aprire, averire, C 45v, 47v.
32. S. Molto frequentemente, M rende per ss anche il s sonoro (guissa guisa 282, visso 251, messura misura 263 palassio 707 ecc.). per cui può aversi anche la grafia z ( scuzar , lozo).
inzi così, less., con 6- in z dopo il n.
IV. Accidenti generali.
33. Metatesi, curdele C 44r, tirnitade C 28r, 35v, tersento C 63r, parlati num. 9; scruyada less.; vernadi CS 9v, reerovamento U 48r, crove copre, ecc., M 918, 934, remosgi allato a resmogi num. 29.
34. Attrazione, a pagro , apayrìo, CS 24r.
35. Assimilazione, azazare assaggiare C 45v, se non è errore ; verrò, vereve M 317, 1186, veromo C 47v, terea ferissi M 926, 1173.
38. Dissimilazione, derseteno, v. Zeitschrift fur romanische philo- logie, XXII 471. — dre dietro less., fredo feretro less., arbegn cfr. arbego Arch. glott. Vili 325) albergo M 133, dove il secondo r è stato soppresso per dissimilazione; merrnar less., cortey coltelli M 209.
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37. Aferesi, compagn idi acc- 0 41v; dictione indizione C 41v, CS 4v, 42v, ;Besc.).
38. Epentesi, dove due (femin.) C 40r, 40v, eco., so va- sua C 44r, pagora less.; vernar di (1) C 32v, 35r, 39r, 40v, 63r, CS lOr, llv, zen- zunij digiuni CS 8v, princhan less., istra less. E v. il num. 29: a ta- cere di insir en-, ensteso M 701, engual M 139, 590, envria, per i quali, v. Ascoli, Arch. glott., Ili 442 sgg.
39. Epitesi. on less.; suy su (2) CS 33r.
40. Assorbimenti e contrazioni, firio fiorito M 256 ; — sla stata C 30r, veda vietata C 63r, ordina CS 4v, dispensa CS 18v, bea lauda C 66v ; vescho vescovo U 48r, C 28v (onde il plur. vesehi C 44v) ; previ num. 10; bmegio -neto benedetto num. 27, benisone num. 27, princhan num. 27 ; gir no less., cioè * gireào ; lavorò lavoratori C 65r, predicò predicatori C 66v, e brenta portatori di brenta ( brintou nel Giarlaett, mil. brentadòr ) , tensó tintore fingitore’, bator battitore (all. a batitore ), negli elenchi dei confratelli in C.
2. ULO BFOLOQICHE
I. Nome.
41. Metaplasmi. fyumo M 649, abao M 795, sacerdoto C 32r, 35r, 36v, CS 18r, 38v, ecc., prevedo prete CS 18v, principe U 46r, mexo CS 27r, elemento CS 43v ; croxa CS 13r, pexa pece CS 17v, orba less., caxonu CS 38r, ymagina M 482, martira CS 35r ; mane mano CS 34r ; — dolenta M 151, 332, grand a C 66v (bis), vraxa ver asa , a tacer del plurale, tanto dei sostantivi che aggettivi feminili della 3, che escon sempre per -e (3).
(1) La forma vernadi , che è anche nel milanese rustico, è da venardì. L’oscillare poi tra venardì e vernadi ha poi promosso il secondo r di vernardi.
(2) La legittimità di questo -y è forse attestata dal pavese pujassé (cioè *puj più [cfr. piai in molti documenti antichi della Venezia] e asse assai) corrispondente al lomb. pùpée, e che ricorre sempre nel Giarlaett.
(3) Un esempio da citare é cotaye vestimente M 940, dove si tratta di cotay + e. Invece le maistaie , C 8r, avrà piuttosto un j estirpator dell’iato.
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Numero, homi uomini M 296, 165, Uomini M 1230.
Genere, brage braccia M 758, dye dita M 758, sene scuda M 207, 225, osse ossa M 760, peccete M 969, 981 -de C 65r, fille fila M 269, pugne M 464, zinogie 0 63v.
quatro volta CS 41v, 0 31v, 41r, 64v, 66v (ma sexe volte C 34v, tre volte C 35r^ (1), tre a via tre volte M 656, spessa via spesse volte M 163, 1077.
42. Pronome. Di al , v. num. 9n ; — di ge, v. il less. Notevole digan- dei 'dicendogli ’ C 58v, — li desse ‘desse loro’, li presta ‘presta loro’, C 47v.
II. Verbo.
43. La 1. plurale (2) dell’indicativo (e quindi del futuro] e con- giuntivo presente in -orno -óma : soma U 46r, diroma -o 0 47r, 48r, 49r, veneroma vigneroma C 45, 48v, veromo C 47v, recorrer orna C 44r, pregeromo U 48r, 48v, loghomo laudemus U 47v. Da M, dove del resto c’è assai poca occasione per la 1. plur., non ho che somo M 589 [lassemo 783, dighemo 727, diremo 784, concordamo 590] ; e per quanto quest’esempio possa avere una ragione tutta sua, ritengo pure, dato il carattere generale del testo, ch’esso stia per una intiera serie di altri. Vedi il Gris. § 143 (pag. 256, 256n), 147n.
Esce sempre per -an (- am ) atono, in M, la 3. plurale di voci sdrucciole, qualunque sia il tempo, il modo e la conjugazione. Lo stesso fatto, e colla stessa costanza, nel Gris.
44. Seconde persone con distinsione interna: num. 1, e aggiungi savissi sapessi M 953, faysi faceste (imperf. cong.) M 531.
Per -atis -ate occorrono, in M, -ay ed -é, per -itis s’ha -ì.
45. Perfetto. 1. sing. -dy ed -é. — 3. sing. e plur. Occorre qualche forma in -d -dn: crea M 506, dnrd: possd M 384-5, levdm M 1194, in- trdno M 1215.
46. Futuro (3). Il tema ne’ verbi della la si determina per
(1) tuta volta tutte le volte C 64r.
(2) Crederei un errore il n di vignerena C 49r.
(3) Il futuro funge da imperativo in saré, sii, CS 21v : segniore, sare pre- sente ale nostre oratione — Signore, sii presente alle nostre orazioni; v. Arch. glott. XIV 259n; pav. pensarég ti ‘pensaci tu'. — Nello stesso testo è frequen- tissimo il caso del futuro passato per il futuro semplice : si alchuno... sera voliuto
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-er- fi). Venire, ‘tenere, posson ridursi a ver- ter -, nurn. 34 (2). Di ‘avere’ ho aremo U 48r, di ‘dovere’ diva dovrà C 34r.
47. Condizionale. Per il tema, v. il precedente numero. Da ‘sapere’ s’ha sarei re M 377, 1171 (v. Gris. § 146), da ‘potere’ e ‘volere’ si hanno porea - evo -issi (v. pord potrà CS 9r) M796, 1135, 328, voreve -ram M 1188, 1131, delle quali forme, vedasi Arch. glott. XII 236n.
Circa alla desinenza, alternano, in M, il perfetto e l’imperfetto di ‘avere’, e forse i due tempi si sono in parte fusi: voreve vorrei 1188, sareve saprei 372, 1171, servireve servirei 371, allato a fareva farei 1174, romanereva rimarrei 1176; devereve dovrebbe 54, severe sarebbe 277, 72, allato a deverera 55, voreva 341 fireva sarebbe 59, poreva potrebbe 287, starerà starebbe 140; roreram vorrebbero 2, 1131. Torme senza il r : 1. pers. : terea 1173; 3. pers. : porea 796, farea 99.
* trorerare troverebbe M 804, mangirave mangerebbe C 65r.
La perifrasi allo stato sciolto in are portar M 331.
L’imperf. del cong. per il condiz. : derissi dovreste M 359.
48. Frequente il gerundio in -andò anche per verbi della 2-4a conjugazione.
49. Singoli verbi.
a. essere, e sei M 520, 961, en sunt 973, 1181, fu fuy fui M 1002, 1011, 1005, 1010, fóreno furono C 56v.
b. avere, e hai M 565, ecc. dve ebbe M 386.
c. fieri, finan -m fiunt C 29r, 33r, 40r, 40v (3) ; fiera M 131 e fixera M 853, fidesse C 34v.
d. dovere. don[o) (4) don’e debbo M 447, 1053, dì devi M 540,
544, dise deve C 63r, 64r, 64v, 66 r dis C 64r di C 28r, 32v, 64r, 66r,
*
entrare fra observato lo infrascrito modo ‘se alcuno vorrà entrare, si os-
serverà’ CS 61 , al glie sera abiudo possibile ‘gli sarà possibile’ CS 9v, sera ha- biudo infermo ‘sarà infermo’ CS lOr, sera piazuda ‘piacerà’ ecc. ecc. Si tratta della pedantesca imitazione di modi latini come ‘si voluerit’ ecc.
(1) mangirave ‘mangerebbe’ C 65r, che non ricorderei, ove stranamente non avesse rinforzo da mangirae ‘mangerai’ Bescapè, v. 94.
(2) Ma rimane l’« di ‘stare’ ‘fare’, ecc.
(3) fìnan altro non è se non un fn ulteriormente ampliato mediante la so- lita desinenza di 3a plur.
(4) Nel testo dono ; ma 1’ -o sarà un errore per e, e questo altro non è se non il pronome di 1. persona. — don anche nel Gris. § 153.
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den devono CS 4v din C 63v, 64r, 66r disen -sam C 63r, 63v, deserta doveva M 410 (1) ; dirà dovrà C 34r. (2)
e. dire, di dici M 183, dighemo dicamus (imperat.) M 728.
f. fare, fax -X6 facit M 975, 1233 ; fe feci M 1126, 1230, fes fece M 406 fe M 714, 717.
g. STARE DARE ANDARE. VOH VUYll Vado M 176; 1181, ston M 970, v. Gris. § 153 ; stea stava, staxeva -imm stava -no M 245, 398 (cfr. fixeva qui sopra, e v. Grris. § 144), dea dem M 361, 1169 det U 48r, daga det C 65r, dagyo dato U 46v, stagya -gie stata -e M 469, U 45v, v. Gris. § 153; gerundio: andagando CS 31r, stagando ib.
h. vedere, vi vidi -e M 894, 1124.
i. credere, crete credette M 399, 872.
j. Di ‘venire’ ‘tenere’ rimanere’, s’ hanno i temi ven- ecc. e vegn- ecc.
LESSICO (3)
abaya (1. -la) badia, abbazia, M 784. Wiese, Margareten-Leg., gloss. ‘baia’.
abel tir aggradire, riuscir grato, M 47. Mussafia, Mon. ant., less. acatar redimere, riscattare, M 48v. Arch. glott. XV 43. acomandar se co - raccomandarsi M 659, 660. acomengar cominciare M 201, 203. Gris. less.
(1) Di deseva, v. Gris. less. s. ‘dixeua’. In una nota a questo articolo (Arch. glott. XII 401-2), tocco io del dist dei Giuram. di Strasburgo e della sua ge- nesi, secondo me analoga a quella di dixeua. Ora pare a ine che qualche maggior conforto alla mia congettura venga dalla forma dise che é registrata nel testo. E cfr. l’a. gen. dixe ‘decet’, Arch, glott. XV 59.
(2) debea debeat C 28r, 28v, debeano C 28v, 39r, 39v, dove debiano C 39v, dibia C 56r ci avvertono che si tratti solo d’ una imitazione della base latina Non mi risulta chiaro se debe C 39r debeno ib. sian forme di indicativo o di congiuntivo.
(3) Nelle pagine del lessico, la sigla ‘Besc.’ rimanda al glossario che accom- pagna la recente ediz. del Bescapé, dovuta alle cure del dott. Emilio Keller (Frauenfeld 1901) ; la sigla ‘BdB.’ al glossario di II Libro delle Tre Scritture e il Volgare delle Vnnità di Bonv. da Riva editi a cura di V, de Bartholomaeis (Roma 1901),
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adesso sempre M 489. Brendano, ed. Novati, 103, BdB. a do neh a dunque 0 57v. Gris., ecc.
aduer addurre, portare, M 780. Brend. 103, Arch. glotfc XV 43 ‘adur’.
ad uno insieme C 56v. Besc. ‘adun\
advo Iter io fornicazione M 598. Arch. glott. Vili 329, ecc. agrand i r accrescere CS 44v.
ag renar riuscir grave, rattristare, M 20i Arch. glott. XV 44, 63 ‘grevar’, Cavassi co gloss., monf. aggreva ‘pesa, è grave’. Cfr. greve M 63.
aguardar se guardarsi, astenersi, CS 17v. Monf. auàrte ‘guar- dati’.
aidare ajutare C 42r; v. ‘aj^ar’.
albergarla alloggio M 105. Arch. glott. XI 292, Besc., BdB. alò : li alò lì M 167, 795. V. Seifert, Glossar zu Bonvesin, s. ‘illoga’.
alora : li al or a M 337, 1081. Ha lo stesso significato che li alò. Nel Gris. è allò allora, e questo ci spieghi la confusione fatta in M tra alò e alora.
altro altrove U 48r, M. 319. Anche nell’a. gen. : au- aotrò ; v. Arch. glott. Vili 38. 19, 81. 16, autrou nell’Alione.
a m ai s t r ar am a y - ammaestrare M 45v, CS 7r. amantenente immantinenti M 1082.
amor par spegnere M 541. Arch. glott. XII 389 s. ‘asmorsar’. ano ha ancora M 1107, 1023, 1219.
an eh oli a àncora M 377. V. il num. 19, e Arch. glott. XI 292. antiquo vecchio, anziano, CS 33r. Arch. glott. XII 387, Besc. s. ‘antigo’.
aora allora C 32r, 35v, 36r, 36v, 38r, 39r, 39v, 40r. Par essere hac hora o ad horam. Nell’a. gen. è laor, Arch. glott. Vili 363, che non dev’esser difficile di conciliare colla forma nostra. ap a y r o ; v. ‘payro’.
apensaa impensierita M 92. Besc. s. ‘apensar’. apigliar se attaccar briga M 1079. Deve aver questo signifi- cato, o giù di lì, V arpiarse di cui il Mussafia, Beitrag, 29; nella Storia di Apollonio di Tiro : pigliar , collo stesso significato che nella nostra voce.
appe appresso IJ 47r . Arch. glott. XV 45, Besc. appellar chiamare M 900, 903,
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appresso dopo M 880. Besc. ‘apreso’. apresentar presentare M 456. aprexo acceso CS 30r? 31r . Besc. s. ‘aprisi’, BdB. arane har strappare M 841. Ardi, glott. Vili 326, XII 425. ar ego glie raccogliere U 47r . Ardi, glott. XII 388. a r e g o r d a m e n t o ricordo C 44r . Besc. ‘aregordare’. aresschaa -ri- M 1209, 148, 409. Sarà da ‘risico’, e dirà ‘azione ardita, arrischiata, scandalosa’ ‘scandalo’.
arongar M 1024. Panni che dica ‘frastagliare, far delle frangio, rendere attilato’, e anche si può pensare, poiché si parla di abiti, a ‘scollacciare’. Cfr. il frane, rogner tagliare le estremità in giro, il pieni, ronzia raffilatura, frastaglio.
artexe artigiano U 47r, 48v . Arch. glott. Vili 326, XI 292. artorio ajuto 0 57r . Arch. glott. XII 386. ascha oltre, all’ infuori, ‘praeter’, OS 9v, 15r. Da absque, come già ha detto il Varon Milanes a proposito del mil. dska senza. Kòr- ting2, num. 55.
asconder se nascondersi M 818, asscoxa nascosta M 920. asmortio tramortito, svenuto, M 279. V. smorto M 277, e il lomb. smòrt pallido.
a s o t a g a seduta M 450. Arch. glott. XV 46, Besc. a stai arse fermarsi M 195. Besc., e aggiungi il monf. arstalése. asytiglao assottigliato, dimagrato, M 762. V. il num. 14, e Ascoli Arch. glott. Ili 277.
atener se astenersi M 126. Arch. glott. XII 389. avangar superare M 258. Arch. glott. XII 390. arenante adv- avvenente, bello, M 281, 83. V. Wiese, o. c., gloss. s. ‘auinant’, Besc. Un indubbio gallicismo, anche nella desi- nenza.
aunar radunare M 414.
aver : averse contenersi, condursi, CS 3r (bis), 14r, M 474. Il partic. abiudo può supplire ‘stato’ nelle funzioni di ausiliare: CS 3r, 9v, 31v, U lOr. Arch. glott. XI 291, e Grauchat, in Scritti vari di Fi- lologia dedicati a E. Monaci (Roma 1901), pp. 61-5. axio : a- de gente ‘agio, quantità di gente’ M 802. ayar ajutare M 536 (1. m’ aya\ 562. Arch. glott. XII 385. ay g u a acqua M 702. Arch. glott. XII 386, ecc.
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baldamente francamente M 982, 1102, 1164. barn dir annunciare per bando M 114: tuta la terra fo bamdia desto mester che 'a Maria = per tutta la terra è stato pubblicato il bando [è corsa la notizia] di questo mestiere che fa Maria.
bandoni a b- in balia, a disposizione. M 1066. Seifert, o. c. barchon balcone, finestra, M 191, 236. Ardi, glott. Vili 331. batadori flagellanti OS 31v. Ofr. batator bator battitore (di lana) C 6r
batuo battuto, flagellante, passim. Registro questa voce, per poter avvertire che a Pavia e nel Monferrato ( bati ), la voce è venuta al generale significato di ‘socio d’una confraternita, confratello’. bay li a balia M 337, 565 . Arch. glott. XII 390. benedixire benedire OS L4r . Arch. glott. XII 467. benegyo -eto benedetto U 47r, 48r.
beni preghiere, atti di pietà. Ofr. il monf. ben oracioni quoti- diane, le preghiere per i morti, e il lomb. ben atti di pietà: fa ’l so ben , p. es., d’un moribondo che riceve i sacramenti.
benisone benedizione C 48r. Arch. glott. XII 467, XIV 206, Romania XXVIII 93. In quest’ ultimo luogo, esprimo io il pensiero, che l’etimo del lomb. benis confetti, vada cercato nel verbo benisi benedire. Una luminosa conferma di questa origine, la fornisce be- nediga , ch’è il sinonimo cremonese di benis.
biava biada C 33r. Arch. glott. XII 391, ecc. bon bello M 1026, contento, fortunato, M 1173. bontaoxo buono M 140. Seifert, o. c. b'ordelera donna da bordello M 1069.
brega brea molestia, briga, C 48v, 46r, U 47r, bregd aver briga C 66r. Besc., BdB.
butar : butar in ogio rinfacciare M 59, b- de fora espellere C 30r. Arch. glott. XII 392-93.
ca casa U 48r. Besc.
caper cadere M 395. V. Arch. glott. Vili 338 ecc., e cxzuga qui sopra a p. 197.
cattura calore M 744. Besc.
caria varo -ne- economo, amministratore, cassiere, CS 9r, 9v. Besc. s. ‘canevé’, Rezasco, Diz. del ling. stor. ed ammin., s. ‘cano- vajo'.
caper on cappuccio, cappa, M 931. Cfr. il frane, chaper on, e v. ‘capperone’ nel Voc.
[222]
— 34
caramente spontaneamente C 65r. cardia accalcata M 618. E forse da leggere cardici, castigar emendare, ammonire, rimproverare, M 12, 14, 37, 52, 425, 1046. Ardi, glott. XV 53.
cativo misero, poverello, M 364, 672. Ardi, glott. XII 394, XV 53.
caxun colpa M 58.
eh a che, chè, M 203, 425, e v. cha anche a p. 206n. charamyd calamita M 378. V. il num. 18, e Ardi, glott. XV 53.
chi il quale, la quale, ecc.
chi, congiunz., che M 777, 1136.
christian uomo M 868.
co capo CS 33v, 34r, cho M 785. BdB.
cognosser -scer conoscere M 102, 429. Gris. § 47, ecc.
comestione pasto CS 15v.
cominicar communicare U 48r. Arch. glott. XI 302. co mito comito M 392, 367. Arch. glott. Vili 340. commissione contravvenzione, mancanza, CS lOr. corno come, passim. Arch. glott. XII 396.
comprender cogliere, sorprendere, M 827. Arch. glott. XII 396, Vili 47. 12, 49. 21, XV 54 ‘compreysso’. conduto piatto, cibo, M 844. BdB.
confessare confessarsi CS 16v, 64v. Ma sum confessaa ‘mi son confessata’, M 1120, può altrimenti considerarsi. coniur are giurare CS 17r.
conpdgna -gnia compagnia M 695, 1184. Besc.. BdB. conpagnon compagno M 797, 848.
conquistar se martoriarsi M 478. Un esempio anche nel Vocab., il quale ha poi copiosi esempi di conquidere , conquiso nello stesso senso. Nè credo che c’entri per nulla il lat. conqueror. con tu to\ v. {tuto’.
conve nenie affare, facenda, avvenimento, M 6, 251, 312, 356, 448. Besc., BdB.
convenir se convenire, trovarsi insieme, CS 43v, 44r. convento accolta, società, M 800. Gris. less. conzigado sporcato CS 17v. Cfr. cunchiao Arch. glott. XII 398, XIV 207-8. La nostra voce rappresenta forse l’ incontro di cun- chiao (frane, conchier ) con sconchigasse (1).
(C O forse sarà senz’altro un concicare da ‘conciare’.
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[223]
cor desiderio, manìa (?), M 357. corogaa corrucciata M 91.
corpo funerale CS 34r. V. Bollett. storico della Svizzera italiana XIX 151. Anche gli Statuti latini di Bologna conoscon la voce, e v. il Glossario del Frati che accompagna il 3° volume.
cor ti ag a corteggiata M 131. V. Gris. less. s. ‘cortianno’. Della voce s’occupò poi il Parodi in Miscellanea Ascoli 475; ma quanto é qui detto non panni da tanto da infirmare la mia dichiarazione. co s s a cosa M 454, ecc. costa costola M 679.
cover tura coperta da letto, coltre, M 676. V. E. Galli, in questo Bollettino I 173.
crio grido M 202.
cusì -ssì -qì così M 23, 121, 190, 191, 406, C 56v. È enei anche nella Kath. del Mussafia, e crederei che il -> si debba spiegare dalla concorrenza di forme come inzi -ci , ecc.
ca qua M 970. Besc. ‘za’.
gazunar digiunare M 836, 851. Gris. less. ‘zazunar’.
cendao zendado M 942.
cente g- gentile M 793, 252. Besc. ‘zenti’.
ce re ha intorno a CS 33v ibis). Arch. glott. Vili 405.
cercho : in c- intorno M 1024. V. Arch. glott. XI 296, XIV 265.
german germano M 118.
ci lo s Irò -II- CS 3r, 30v, 31v num. 19. Lomb. scilòster grosso candelotto di cera.
cimi torio cimitero CS 23 v, 24r. Brend. gloss. s. ‘zimituorio’. cir andare : ge andò M 617, 1157 gen M 432 gesse andasse
M 278.
cir c un dar e andare atto rno CS 34v. Arch. glott. XI 293. gissa (: guissa = guisa) M 284. Che significa?
E v. s. ‘z’ e ‘g’.
d alma g io danno M 159, 246, 746. Gris. less., Arch. glott. XV 56.
da p e lontano M 41; cfr. appe.
da per sì da solo CS 12v.
davanzo in più U 47v. Seifert, o. c.
debito : de d- d’obbligo CS 8v.
defetar mancare CS 29r; cfr. defedi mancanze ib.
de firn fino, sino, M 1050.
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demenar condurre M 1235. Gris. less., Arch. glott. XV 57. demora : senza d- senz’indugio, immediatamente, CS 32 r. Besc., Arch. glott. XV 57.
deregar ultimo M 715, devero GS 33r. V. pag. 198, il nuin. 29, e Gris. less. s. ‘derear’.
derseteno diciasettesimo OS 3v. V num, 36. Altri numeri ordi- nali in -éno : seteno , noveno, dexeno, linde xeno, duodexeno , tredexeno, quator dexeno . quindexeno , se dexeno , dexocteno. Tutti in CS 2v, 3r, 3v.
descholco scalzo M 697. Solo esempio di ol da al, ma certo bi- sognerà partire da * disculceu. Anche il descogca del Gris. (§ 2) sarà da giudicarsi come un descolgca con o chiuso, e col l smarrito come in vota num. 18.
desco nzo, sost., incomodo CS 35v. Gris. less., Arch. glott. XV 57.
desgìarar dichiarare, spiegare, 0 33r. de s guarnì o sprovvisto M 696. desmeter smettere M 85.
de smontar scendere M 375, 869. Paol, ed. Mussafìa, gloss., Gior- nale st. della letterat. ital. XV 268, Arch. glott. XV 57. desp restare sprezzare 0 57v. Gris., less.
desse meglao deso- mutato, trasfigurato, M 735, 869. Giorn. st. d. lett. it. Vili 419; e cfr. asimili ata somigliante Cater., ed. Re- nier, less.
dexaya M 746. L’editore vi vedrebbe l’esclamazione ant. frane. dex agite ‘Dio ajuti’ adattata a ayar. Ma preferisco starmene col Mus- safia, che legge desaià , quasi ‘disajutato’, infelice, sciagurato, il de- saia di Giacomino; v. il Gloss. dei Mon. antichi
d ina a festa di natale C 64v. Gris. less. s. ‘Di Naar’. discip linado re disciplinato, flagellante, CS 32v. disnar desinare CS 8r, 15r, ecc. Gris. less.
disspenssa spesa M 684. Cfr. despensare nello Sciavo Dalmasina, ed. dal Biadene, less.
domandar chiamare, denominare, CS 4r, 4v, 6r, U 47v, C 28v. do mente che mentrecchè, purché, M 37, 38, C 42 v, 46v, de- mentre che mentrecchè M 1070. Gris. less.. Le Rime di Bartol. Cavas- sico, ed. Cian, II, gloss. drapi vesti M 918. dre dietro M 1156. Gris. less.
37 -
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drua druda M 181. Mussafia, Beitrag 53. dugyo tirato, profilato, M 261. V. però p. 206 n. dunde dove M 1010.
durare digiunare CS 8v, e zezunare gli corrisponde appunto in C 31v. Anche perduraa , M 734, andrà forse sciolto in per duraaì e duraa interpretato per ‘digiuno, penitenza’.
enghynar se inchinarsi M 655. Il ghy rifletterà sicuramente un c palatale, per quanto la grafia solita per questo suono sia gì o gy. V. però s. ‘mesghyna’.
e ni or allora M 870, 1206, 1238. V. ‘inlora’. ensir ; v. ‘insir’.
entro dentro M 440, 433. Ma al v. 1054, par che dica ‘appunto, giustamente’.
envriar inebbriare U 47r. Gris. less. ‘inuriar’, Arch. glott. XV 60.
expo so esposto CS 58v. Cfr . dispoxi disposti, Gris. Arch. glott. VII 56.17, depox, deposto, nella Sentenza di Rivalta (Piemonte), a. gen. devoso , ecc. Zeitschrift. f. roman. Philologie XXII 470. ex qui so ricercato, squisito, C 66r. Cfr. il frane, exquis.
falco n specie di grossa falce M 208. Besc. ‘folcon’, Bollett. st. d. Svizzera it. XIX 155, e il porto del falzonus è proibito anche negli Stat. crim. (cap. 44) di Pavia.
falzo inimi g ho diavolo U 45v. Arch. glott. XIV 209. f antaxia fantasma, spettro, M 885.
fante ragazzo -a fan t in bambino, M 296, 1073. Gris. less. far lasciare in eredità CS 37v, 38r. Ancor oggi, il lombardo dirà el yn’a faa mila lira = m’ha lasciato per testamento mille lire. f a y g a : in f ay g a indarno M 123. fereto -rr- CS 33r, 32r ; v. ‘fredo’. ferir battere M 270. Arch. glott. Vili 353.
fiaga fiata: ala f- insieme, nello stesso tempo, d’una sol voce, M 147. Gris. § 129, ecc.
fianca : af- a fidanza, con fiducia, M 430. fin che fino da che M 188, poiché M 909, 993, 1113, finirò CS 30v, 37r, v. ‘tro’.
fir avvenire, farsi : que sia da /ir CS 2v, fiza fiat ‘si faccia’ CS 8r (bis), 16r, C 58r.
firio fiorito M 256. La voce firin, fiorino, nel sonetto di Lancino
15
[226]
— 38 —
Curzio, nell’ Alione, in più altri documenti alto-italiani (v. Arch. glott. XV 6,) nonché Firenze = Fio-, ci infondono piena fiducia nella nostra forma.
flore , fem., fiore M 257. G-ris. less. s. ‘fiore’. f oliar folleggiare, far follie, M 389. V. Parodi, Miscellanea A- scoli, 477.
forga: a la soa f- secondo il suo potere M 821. frange spezzarsi M 65.
frodo CS 31r (bis) freto CS 30v (bis), 31r, 31v (bis) ferreto CS 32r fereto CS 33r. La forma fredo rappresenta la genuina continuazione del lat. feretrum, le altre sono, a diversi gradi, delle ricostruzioni (cfr. dreto dereto CS 31r, 31 v, 33r, ecc.). Non credo invece siano schiettamente popolari l’ a. frane, ferire e 1’ a. piem. fertra (Grallo-it. Predigten, ed. Forster, less.).
fugaza focaccia CS 18r, 18v. Gris. less. ‘ fuaeina’.
g af f o cibo, piatto, vivanda, M 840. Gris. less., e qui sopra a p. 203. gay a M 588. Crederei sia un errore per aya ajuto, o che siasi erroneamente sciolta l’abbreviazione gyti = ‘gratia’. In tal caso la mea si riferirebbe a nome (587), feminile in questo caso, come in C 56r e in quasi tutti i documenti antichi e molti dialetti moderni dell’Alta Italia.
gazavo càtaro C 45v. Seifert o. c., Arci), glott. Vili 356 s. ‘gre- zaria' ecc. ecc. Nella Margarethen-Leg., ed. Wiese, è catarino dove convengon la voce nostra e ‘patarino’.
ge ( ghe ), nelle funzioni di pronome enclitico personale dativo, onnigenere e onninumero, e in quelle di avverbio enclitico pronomi- nale di luogo, U 48r (ter), CS 7r, M 622, 632, 634, ecc. ecc. Circa alla sua origine, può forse arrecar qualche luce anche il fatto che nel feltrino rustico s’abbia ghe per il pronome ‘vi’ di 2a plurale: ghe ore ben vi volete bene, Che' l Signor ghe cene sani | sempre in paze tuti doi | senza beghe, senza afani | Dio ghe mande tanti foi cioè “Che il Signore vi tenga sani, sempre in pace tutti due, senza brighe senza affanni, Dio vi mandi tanti figliuoli”; v. Vitt. Zanella, Poesie in dial. rust. feltrese (Feltre 1901), p. 31. E noto d’ altra parte che la stessa forma viene nel piacentino (Gorra, num. 103) anche alle fun- zioni enclitiche di nos (accusat.) e di nobis, precisamente come l’it. ci. gerexia chierisia, clero, C 34r, 41v.
gesta storia, narrazione, vita, ‘le gesta’, M 728, 786, 845, 965,
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[227]
995, condotta, genere di vita, 1232. Seifert, o. c. , s. ‘jesta’, Margar., Cat., ed. Benier, less., Cod. visc.-sforz. gloss. Nel dialetto di Vertova in Val Seriana è poi sempre sìsta razza, schiatta, stirpe. giago giaciglio M 674. Gris. less.
giavadore C 31v, 32r, 37r. Ha lo stesso significato che ha in CS ‘canavaro’ cui vedi. Grris. less. s. ‘chiauaor’.
gì ere a ( la ) ‘chiericato, clero’, C 65v. Mal si decide se trattisi di giered , nel qual caso sarebbe ‘chiericata’, o di giérea ‘chierica’. gir do chiericato U 48r. V. num. 23, 40. golta gota M 265, 464. BdB.
gramo triste afflitto, M 29, ecc. gramega M 89. Gris. less., ecc. g revegga dispiacere M 579. Cfr. qui sopra ‘agrevar’ e greve Gris. less.
guardaura sguardo M 264. guarentir salvare M 302. guarii intento armatura M 217.
guastar a deserto M 689, 811. Cfr. BdB. ‘guastatura’, e guastura terra incolta, nel doc. latino, fatto a Pavia, che si legge in Giulini1, VII 189, e boschis guastis guasturis zerbis in Bosisio, Docum. d. Chiesa pavese, p. 57.
g y amar chiedere, domandare, M 69, 311, gyarnarse sfidarsi, pro- vocarsi, M 200. Besc. ‘clamarse’.
imbognoria confusa, vergognosa, (?), M 1109. imbrondir sgridare, rimbrottare, M 108. Pare come una fu- sione della base che si vede nel frane, gronder (v. il Dict. gén.), nell’ it. aggrondaturay mil. gronda cipiglio, con qualche voce sinonima cominciante per b- o br- ( borbottare , broncio, rim-brolto, ecc.). impazato impedito C 63v.
impria le soldo imperiale CS 18v. Cfr. amprid nell’Alione (ed. Daelli), passim.
imprimerà : a lo i- (1. a la i-) in primo luogo, dapprima M 253. Gris. less.
in arar -se errare C 45r. Arch. glott. XV 46 ‘arrar’; monf. arie errore.
inbar chonati M 282. Delle ciglia di Maria è detto che sono ‘avvenenti, imb- neri e lucenti’. Porse ‘fatti a barca, con una bella curva’.
incr essimento encr esser rincresc- M 7, 54. BdB. s. ‘incresso’.
[228]
— 40 —
incussi così C 29v. S’incontrano insi, v. più sotto, e cussi. Cfr. encosi Besc., anchosi Arch. glott. Ili 277.
in dr e o - dré indietro M 439, 917, e v. s. ‘fredo’. i n famoso di cattiva fama C 32r.
inimi go diavolo U 47v, M 397, 571, 874, V. qui sopra ‘falzo inimigo’.
iniquitae rabbia M 467. Griorn. st. d. lett. it. XXIX 460. i ni ó lì OS 9v, 18r, 19r, 24r. Gris. less. ini or a allora M 296, 766; cfr. enlor e v. Gris. less. innavrar e - ferire M 219, 229. Arch. glott. Vili 350, XI 350, XV 64 ‘innaffra’.
inp ine to dipinto M 481.
inprender apprendere, imparare, M 16. Gris. less., Arch. glott. XI 296 ‘empenre’, Besc. ‘imp-’.
in prò me ter promettere M 187. Gris. less. insegna segno, miracolo, M 556. Gris. less. insema insieme CS 4r, 32r, ecc., C 56r, ecc., insemo C 56v, M 815. Gris. less., BdB.
insi -zi così CS 4r, 7v, 31v, 37v, C 46v. Gris. less., BdB. ins ir uscire CS 33r, ecc. ; coll’ i portato nella tonica: insa CS 22v. Gris. less.
in tei nel M 615.
intenuo -egnuo tenuto, obbligato, C 28v, 64v, ecc. V. la Pas- sione di Revello I 5254, II 1910, 1914. intrare , transit., entrare, C 58r. intro tra M 420, inter M 1079. in uno insieme, in adunanza, C 28v, 29r, 57r. inver verso M 420, 1155. Gris. less.; piac. var Gorra, Dial. piac. , § 8n.
inzegno arte, inganno, U 45v. Gris. less. ‘indegno’. ista questa U 48r. Non riterremo illegittima la forma eh’ è di più varietà pedemontane, e, fra altre, della monferrina ; cfr. anche isto mane Pass, di Rev. II 1579, II 893, ista fiata , ib. I 340. istra adesso M 645. Arch. glott. XII 410 s. ‘ista’.
lag are lasciare CS lOv. Gris. less. largita liberalità, larghezza, CS 14r.
lassar smettere, finirla, M 412, 1219, lasciare in eredità CS 38r. laz arade lacerate (?) C 57v. E nel passo corrispondente a que-
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[229]
sto latino: concordia res parvae crescunt discordia maxima dilabuntur, che è così tradotto: ‘per la concordia le prave cosse cresano per la discordia maxima mente son delatade e lazarade’. legger lesto, facile, M 211. le ter a latino C 13r, 64r. Gris. less. s. ‘letra’. levar levarsi C 31r, CS 8v, 22r. Gris. less. levega alleviamento, sollievo, M 88. loxo -zo lode U 45v, 43r, C 44r, CS 20v. Gris. less. loytarn lontano M 43. Cfr. luytano Cat., ed Renier, less. Arch. glott. XV 14.
ma soltanto M. 730, se non, all’ infuori, M 336. V. Cavas. less. malto Ile gio maltolto C 63r. mandamento emendamento CS 29r.
mar , fem., mare. M 323, 415, 726. Seifert, o. c., e il genere fem- minile par perdurare a Como (v. il Monti). marce num. 9. Gris. less. mar tur io martorio M 706. ma teca follia M 1085. may ner a maniera U 48v. Gris. less.
megaglia piccola moneta, quattrino, M 664. Seifert, o. c. , s, ‘meaglia, Ardi, glott. XI 299.
mellon ( li ) le guancie (?) M 259. V. Parodi, Arch. glott. XV 68 s. ‘merom’
menar M 10: menar dol far doglianze. mendar emendare C 29r. Gris. less.
menton mento M 259, ed è notevole, se pur non si tratta di una svista, l’uso plurale. Besc.
m erma r diminuire U 47v, mermanca diminuzione, abbassamento, M 155. Gris. less.
mesghjna meschina M 592. La grafia sghj (v. qui sopra s. ‘en- ghyna’) par accennare a c palatale. Saremmo quindi a un * me sciina, il cui l sarà da dichiararsi come quello di altri esempi, di cui in Arch. glott. XII 433 s. 'squergneb
me s son messe C 33r, CS 3r. ecc. Gris. less., Arch. gl. XV 68. mester obbligo M 839: digando lor m- recitando i loro salmi e le altre cose d’ obbligo.
mi io M 287, me M 354, 604. E così ti te M 581, 599, 603, 604, ecc., si se M 112, ecc.
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miga mica M 54, 1177, 1250. Arch. glott. XIV 265.
mine h fi ogni C 63r, eoe. Gris. less. s. ‘ominca’.
mi tue metà M 288. Gris. less.
mo ma M 447. Gris. less., Cavass., BdB.
m o ora, adesso, 0 63v. Besc., BdB.
moglé C 66v; v. hnuliere’.
monte molto 0 66v. Arch. glott. Vili 370 ‘mondo’, Gallo-it. Pred., ed. Forster, less. s. ‘munt’, Kath., ed. Mussafia, less. morto ucciso M 229. Gris. less.
muliere donna, moglie, CS 17v, 9r. Arch. glott. Vili ‘moiér’ ecc.
negar far annegare, soffocare, M 400. Gris. less., e cfr. il monf. snejée strozzare.
neg recar nereggiare, esser nero, M 755; cfr. biancliezar M 274. ne g r i o annerito M 752.
neg un ne un nessuno C 29r, 29v, CS 7r, C 66r, ecc. Mussafia, Bei- trag 82, Arch. glott. Vili 372, XI 300, Gallo-it. Pred. ‘negun, neun’, Cavass. ‘nigun’.
neun nessuno; v. ‘negun’.
ni o, aut, CS 8r, 15r, M 1181, 1201. Besc.
nocitivo nocivo C 32r.
nome fem. C 56r; e v. qui sopra s. ‘gavah
noselo nocivo C 66r. Da emendarsi in nosevelo ? Ma cfr. a. lomb. miscrelo — *miscré-v-olo, mi scredulo.
no vada novena CS 3r, 26v, 35r, 35v. Cfr. il lomb. quindesàda quindicina di giorni.
noxa rumore, disputa, rimbrotto, M 622, 1039. Andrà, se pur non ne deriva, col frane, noise, come il nossa del Voc.
noxevre nocivo CS 17r. E la pretta forma milanese. nuriaga nutricata, allevata, M 57. Gris. less. ‘nuriar’, Rajna, Contrasto dell’Acqua e del Vino, pag. X ( nodrigasse ), Brend. [norigar).
nwy ter marinajo M 1161. Gris. less. s. ‘nuiter’; e io sempre penso che si tratti di un * no[v\itario *nav-.
obs ervatione -vamento -vantia regola da osservarsi, C 30v, 31r, 58v, 63r.
ogni a onia, indeclinab., ogni M 534, ecc. Besc. ‘omia’, BdB. ognune ha ogni M 914. Arch. glott. Vili 374. oleir uccidere M 226. Besc. ‘olcire’, BdB.
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oldir udire M 250, olguo -zua ozuo oyuo (così emenda) udito -a M 850, 652, 929, 340. Besc.
olsar osare M 456, ma ossa osa, agg ., M 455. Gris. less. ‘osso;,BdB. omay a- ormai M 575, 911, 956, 1092, ecc.
o n o aut M 842, 843, CS 4v, ecc. on vero , on veramente , un overo , ovvero, C 56v, 57r. Besc. Circa al n si può chiedere se non sia da /: * oì , col solito ol = AU.
onde unde dove M 8, 315, 1181, 1157. ecc. BdB. onta ; V. ‘ogni a’.
or a a M 832. Il codice ha andavan fora per cha soraa (1), il che non dà nessun senso. Ora al copista è accaduto, ai vv. 828 e 924, di scrivere che per le. Ravviseremo dunque anche qui un cha per la , e in soraa ravviseremo un sostantivo soraa derivato da sord exaurare. I monaci dopo aver passato la notte sotto le fronde, il mattino andavano al- l’aria aperta, libera, a godersi il cielo libero. Di sord, v. Flechia, Arch. glott. Vili 404 ‘xorai’.
o r a r pregare M 457, 458, 486, 1229. Arch. glott. Vili 375. orba Roma CS 44r (bis) 44v, 45r. Notevole continuazione popo- lare di urbe, il cui u, com’ è risaputo, è breve (cfr. Or-Vieto, ecc.). Si può però chiedere, dato il modo come s’ adopera Sempra la voce, se non si tratti oramai della sola formola vicario ( del papa) in orba.
oreglé origliere, capezzale, M 675. Un pretto gallicismo^ allo stesso modo della corrispondente voce italiana. V. Ett. Galli, in questo Bollet- tino I 172n.
over lo aperto M 814, 927. V. Lamentaz. pedemontana, pag. 19. p a g ni abiti M 1026.
pag or a -gor M 298, 487, 616, 491 paor M 1039, pagura (: ora) M 516. Gris. less. ‘paor’.
parenti l parentado M 1013. parezato apparecchiato CS 31v. V. num. 19n. parlamento colloquio, conversazione, M 823. Cater., ed. Renier, less., Arch. glott. XV 70.
par oc hi ano parroco CS I6v.
partia parte, porzione, M 925. Arch. glott. Vili 376. p a s s a d o trapassato CS 3r.
(1) Potrebbe anche leggersi foraa, nel qual caso avremmo un derivato da foris, collo stesso senso, in fondo, che noi attribuiamo a soraa .
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44 —
passo appassito M 753.
payro -rio: a p- in pari OS 24r. Cavass. s. ‘apera’, BdB. "in p-\ p e : de pe in pe seguendo le orme, alle calcagna, M 1156. penò u va pittura M 630.
perchazo turbamento, agitazione, M 398. BdB. ‘percazare’. perfino : perfino a tri di dentro tre giorni CS 30r. per forcar se farsi vivace, acre, M 328. Gris. app. 212, Arch. glott. XV 71. Cfr. s forcar se.
petorina petto, seno, M 756. L’ a. frane, peitrine (mod. poi-). Nel Voc. e in più dialetti è pettorina , piturina , ma sempre per un indumento che ricopre il petto. p e x a r rincrescere M 20. pian sottomesso, soave, M 600.
picen piccolo M 1022, picenin M 391. Besc. ‘piceno’. p idolo picciolo M 259. Arch. glott. Ili 281. p i i n pieno U 48v, pin M 133, 520, 1213, C 63v. Alla prima forma corrisponde il pav. pjin, con -in normalmente inalterato grazie al j che precede, num. 3n. A pin corrisponde invece il pure pav. pei , che si legge nel Giarlsett allato a piin. Gris. less. p ili ar e prendere, scegliere, OS 13r.
piu mago piumaccio M 675. Cfr. pnmaggo Gris. less., e pnlmacias in doc. latini di Pavia, v. Galli E., La mobilia di un canonico del sec. XIV illustrata (Pavia 1899), p. 10-11, Bollettino I 172n. pixor parecchi M 121. Besc. ‘piexor’.
podio: star a p- e a ponto stare appuntino, in misura, M 570. pondo peso M 18. Arch. glott. XI 71 possa poscia M 1240, posa 0 63v.
possa: a piana p - in silenzio, in grande raccoglimento, M 623, 820. p o s s a r riposare M 316, 385. posso riposo, requie, M 1038.
postato: alo p- affatto, assolutamente, 0 58v, M 475. Arch. glott. XI 293, Cater.
poxe dopo, poi, dietro, CS 3r, 9r, ecc. Gris. less. ‘poxo’, BdB. prega pietra M 667. Gris. less. s. ‘preda prea prega’. presto pronto, disposto, M 998. Cfr. il frane, prèt. peevede -o preveo prete CS 9r, 18r, C 44v, U 46r, 48r [previ preti). Gris. less., Cater., e pav. prèvi.
prigo (plur. -ghi) pericolo U 48v. — Si potrebbe pensare a una risoluzione di -ulo secondo vezzo pedemontano (cfr. piem. priva), e
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una tal supposizione sembrerebbe aver conforto dalla parallela riso- luzione di -ine per -u (cfr. piem. tènnu termine, ecc.) che par offrircisi nel Canno Carmine del Gris. Ma credo si tratti appunto di mere ap- parenze: Canno sarà un errore per Carm\eii\o. e quanto a prigo, il perior di M (num. 18, 28) ci avverte che s’ aveva forse un * prigro ottenuto per a-ssimilazione di r-l in r-r , e quindi dissimilato me- diante la soppressione di uno dei due r.
p r i m era prima, dapprima, M 13. V. ‘imprimerà’. princhar predicare U 48r. Gris. less. e App. ‘pricar’. — Se il n non occorresse anche nell’ a. gen., si potrebbe pensare a quella tendenza (e in da ei), per cui s’ hanno i pi ac. méinstar , Ghintan Gae- tano ( — * Ghejt grinta tener d’ occhio , ‘guatare’ [guai- guei-). V. Gorra, Dial. di Piacenza, num. 94.
prirao occulto, secreto, M 451, privatamente privagam- in confi- denza, a quattr’ occhi, M 5, 311, a la privaga in confidenza, in libertà, M 132. Gris. less.
processo, masc., processione CS lOr. provo presso M 1158. Arch. glott. XII 423. p u g n a a pugno M 462. Arch. glott. XII 424. pugnar se durar fatica, fare sforzi, M 433. Margar., ed. Wiese, less., e cfr. pugnar Arch. glott. Vili 41. 25, 48. 18. p ni ter pny - meretricio M 1020, 1227. puytessco meretricio M 34.
pyurar piangere M 66. Besc. ‘plurare’, BdB. ‘piu-’. quanvisde quantunque U 48v. BdB
qnargar ‘squarciare’ strappare, M 466. V. il Pianto delle Marie marchigiano da me edito, less. s. ‘scarscare’. Ma si tratta qui forse, come anche nell’ a. gen. scarzar-se, di voce d’altra origine. V. Parodi, A.rch. glott. XV 75.
q a urente mi -ina quarantina, spazio di quaranta giorni, quare- sima, OS llr, llv,. M 812. Arch. glott. Vili 380.
qued che quid M 172, 249, 361, 447, 355, 882, 884, 966, 1053, 1169. Notevole che il -d si trovi anche davanti a consonante. querir chiedere M 559, 950, 1090. Arch. glott. XV 72.
ranchura angoscia, paura, M 491, 862.
r an g Intra M 907; v. 'ranchura’. Per il gli, v. Arch. glott. Vili 381.
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r e cattivo M 45, 1002, 1067, 1075. Gris. less. — Questa base vive sempre in Lombardia, ma dissimulata in qualche composto : tiran. recoeur accoramento, mesolcin. retémp temporale, cattivo tempo, vaiteli. reòr a id.
re cove rare acquistare, comperare, CS lBv. re de me riscattare C 65r. Arch. glott. XII 425 ‘reemer’, XV 73 ‘reemuo’.
refitiarse ristorarsi CS 35 v. Cfr. re fidare -ziare nel Voc., mil. vefìziàss , e re fida Gloss. bergam., ed. Lorck, p. 121.
reffugar - f fu a r rifiutare M 604,476,1067. Gris. less. ‘refuar’, Besc. ‘refudar’.
veglie con : in r- M 932. Maria non vuol mostrarsi nuda a Zo- sima e prega costui che le getti un abito con cui coprirsi; Zosima glielo getta avvicinandosele in reghicon, cioè andando ‘all’ indietro’. Si tratterà quindi di un *reegon per il gh, v. il num. 29), *redecon , corrispondente a quello che italianamente sarebbe ‘retreggioni’ (cfr. indietreggiare ) (1).
r eg o g li re raccogliere C 49r.
r e gy os so occulto, rinchiuso, M 507. BdB. ‘resgiosso’. re ligio n relion religione, ordine monastico, M 798, 847. r emendar se emendarsi M 411, 1218. Giorn. st. della letter. it. Vili 423.
re mirar guardare M 327.
r endcr s e rifugiarsi, arredersi, raccomandarsi, M 581, 659, 887. reo ndo rotondo M 259, 275. Gris. less. r epe nt ir se pentirsi M 1217. r equi s io ne inquisizione C 58v.
re smogi remosgi rimossi (partic. di ‘rimuovere’) CS 38v. Si tratta della continuazione di remotu, onde poi, con immissione di ex, resm-j e con s poi metateticamente trasposto come in lesgnar (v. qui sopra, pag. 203j, remos-. E alla metatesi avrà forse prestato ajuto la forma rimosto BdB.
res sb aidio riconfortato M 732. Arch. glott. Vili 384, Margar. e BdB. ‘rebaldire’.
retenir se conservarsi, durare M 669.
(1) Non si può pensare a regressione, che, come voce popolare, avrebbe dato regresson , come voce dotta, regression ; o, ammettendo la dissimilazione di r-r, reghesson rispettiv. - ssion ,
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retegno scorta, riserva, M 270. Cfr. il com. retègn ritenuta, e, figuratam., avaro.
revolte : a man r- a mani rivoltate M 465; cfr. l’it. manrovescio, romanir rimanere M 1118, stare assente, esser impedito, distolto, CS 25v, 18r, M 1176, dipender da M 1185; partic. : romaxo. V. Arch. glott. Vili 385, XII 427. rostio arrostito M 758.
rua M 345; sarà da emendare per riua — riva.
saglir uscire M 1214. Arch. glott. Vili 386, XV 74 ‘sagir’, La- mentaz. ped., 19.
sa mito sciamito M 942.
sanguenera quasi ‘sanguinaja’, rivo, quantità di sangue, M 230. saxon stagione M 777.
scarto solo, isolato, solitario, M 100, 150, 353, 826, 857. Cfr. scarido Kath., ed. Mussafia, less., scario Pateg, e spetterà qui assai verosimilmente lo scaruto, irato, di Margar. Per F etimo, v. Kòr- ting2 8772.
scemi a M 149. Sarà da emendarsi per scernia e da leggersi skernin schernita. Arch. glott. XV 74.
schivar se da li zogi schivare i giuochi C 31v. scruyada -uiata, scuriada, flagello, CS 32r, 32v. Lo scuria di C 65v potrebbe leggersi scurid e spettar però qui, ma anche potrebbe leggersi scuria (mil. scuria , ecc.) o scùria, com’è la forma mantovana vicentina, ecc. Grris. less. ‘scuriada’, Arch. glott. XV 75.
scuzar servire da C 47v. Arch. glott. XII 430-31. — scuso scu- sato C 64v, nè credo sia da leggersi scusò (num. 7), avendosi scùs anche in moderne varietà lombarde.
se cor re: secorsse soccorrersi C 66r. Arch. glott. XII 431. secreta M 620. Dal contesto risulta che debba intendersi il mo- mento più solenne della messa, l’elevazione : quasi ‘il mistero’.
segnare si- fare il segno della croce C 31r, CS 8r, 15v, M 879. Arch. glott. XV 75.
sema una volta CS 35r. Arch. glott. XII 431 ‘seme’. s emeglente si- somigliante M 95, 503. seno all’infuori, eccetto, C 39r. sor or e sorella CS 7v, so- U 48v. Besc. ‘serore’. servar osservare CS 19v, 13r. Arch. glott. XII 431. s e s m a scisma, divisione, C 58r, E il testo latino ha appunto ‘scisma'.
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sexe sei CS 12v, M 1023. Notevole il modo septe e sexe parecchi, molti, M 194.
sforca v se M 313. V. ‘perfo^arse’.
sgy ap par spaccare, fendere, M 225. Y. Lament. pedem., 20, e sgiapatura fenditura in nn docum. lat. ricordato da E. M. in Archivio stor. lomb., ann. 1901, p. 457, sckiapò , a p. 171 del testo cremonese ricordato più in là s. ‘vernardi’.
sgyenar andare a pezzi, frantumarsi, scheggiarsi, M 224. Sarà dalla stessa base dell’ a. gen. schenon scheggia, scaglia, Elechia, Arch. glott. Vili 387 ; e per lo sci -, v. quant’è detto s. ‘mesghjna’.
sgyvar schivare M 135, 476. Anche qui s’ci- — skl-, come nell’ar- ticolo che precede.
s in g al a riamente singolarmente CS 13r.
sonar M 202, 622; nel primo esempio ‘bandire, annunciare con suono (di tuba e di campana)’ nel secondo ‘risonare’. s o r a a ; v. ‘oraa’. s o v r e sopra M 4. Gris. less. s onre s t ar star sopra, indugiarsi, M 788.
sozo sporco, brutto, M 871, ecc., CS 9v, 17r, ecc., sozura M 472, ecc.
spaurarse M 1083 spaga- M 509 spago- M 552, impaurirsi. V. ‘pagora’.
spender cibarsi M 699. spiar domandare, chiedere, M 310, 950, 960. spiritai dato alle opere dello spirito, della pietà, M 803 849. spyago M 261. Nella descrizione dei pregi estetici di Maria, è detto ch’essa aveva il naso dugyo longo e spyago. Ora spyago dev’es- sere non altro che ‘spiegato’ da interpretarsi o come ‘bene sviluppato’ (in opposizione a ‘rincagnato’), o come ‘piegato, fatto a curva’. Di piar piegare, v. Gris. less.
stagno duro, sodo, M 666, 668. Arch. glott. Vili 393, BdB. stalo casa, domicilio, M 1009. Gris. less., Besc. s. ‘astallarse’. stella : a le st- M 381, pare, ‘col favor delle stelle’ o ‘alla ven- tura’, e l’una spiegazione non escluderebbe l’altra.
stormo stormo, battaglia M 203, 238. Gris. less., BdB. ‘stolmo’. stover abbisognare, esser necessario, M 1145. Arch. glott. XY 78 ‘stor’, BdB. ‘astoue’, e cfr. il poschiav. slod. Malgrado l’acuta dot- trina dell’Autore, confesso che non son riusciti a convincermi gli ar-
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gomenti del Suchier (Miscellanea Ascoli, 67-69) in favore dell’ etimo stupere e contro la vecchia proposta del Tobler, che mi garba assai più. V. tuttavia ora lo stesso Tobler, Contoresi dell’ Accademia di Berlino, 1902, pp. 95-6n (1).
stracrover ‘stracoprire’ M 1095.
s tr a g i o scissura, strazio, ruina, M 106. V. Giiorn. st. d. letter. ital. Vili 424, Gloss. d’Arbedo, s. ‘stragiàa’.
stranio estraneo C 64r. Arch. glott. XII 434. strio lite M 201. Gris. less.
s tr urne g o sbigottimento, orrore, raccapriccio, M 233. Potrebbe anche voler dire ‘spettacolo’, e allora andrebbe collo stramezo , diver- timento, dì Bonvesin, di cui v. Arch. glott. XII 435, e BdB s. v. Il de Barth. non ha però ben giudicato della voce bonvesiniana ; poiché essa non si ragguaglia direttamente allo stramacgo del Gris., bensì, per la via di * slramaezo allo stramadliezar dello stesso Bonvesin. — Dato però il significato più probabile di ‘sbigottimento’ ecc., penserei alla stessa base del lomb. stremisi ; con questa differenza, che qui avremmo un * tremitio (cfr. vares perdizi dispersione *perditio, bellinz. immutiti ammattimento, scurizi oscurità, tutti coniati analogicamente sullo stesso tipo dotto, e tutti come mascolini), là un *tremeggiare onde poi il deverbale *tremeggio.
suxa -sa -ssa su C 37, M 359, 371, 1167, 1194. Arch. glott. XIV 264, Christophorusleg. (ed. Wiese;, Lamentaz. pedem. svergongar svergognare M 979, 1099.
talento brama, desiderio, M 357. Gris. less. tamfin tanf- fino a M 197, 407, 645, tam fin che poiché M 921. Gris. less. ‘tan fin’, Arch. glott. XV 56 ‘tam chiù’. t emp er ar regolare M 378.
tencon -gun contesa, tenzone, M 193, 197, tenconar -arse litigare, contendere, M 168, 196. Besc., Arch. glott. Vili 398.
tote togliere, prendere, M 935, partic. tolleto -gio CS 7r, 25v, 33r, C 63r.
torto M 278. Il cod. ha tosto.
tr ah nchar far traboccare, precipitare, M 222. Gris. less. ‘stra buchar’.
(1) Mentre correggo le bozze, sopraggiunge il libro di G. Pfeiffer, Ein Pro- blem dei* romanischeti Wortforschung (Stoccarda 1902), a pp. 19 sgg., 68 del quale s'espongon, circa alla voce nostra, delle vedute ch'io non saprei in nessun modo condividere.
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trameter Ir asm- mandare M 514, 781.
travaglia pena, travaglio, M 248, 551. Besc.
traverssar trapassare M 36. Besc.
tro: fin Irò fino, sino OS BOv, 37r. Seifert, o. c. s. ‘mentro’, Ascoli, Ardi, glott. VII 256-7.
luto ogni, passim. — con tuto nel semplice significato di ‘con’: con tato noy con noi CS 6v, con tuto due or ut ione con due orazioni OS 14v, con tuto uno compagno con un compagno CS 22v, con tuto lo sancto col santo CS 17r. V. Biadene, Lo Sciavo Dalmasina, p. 49 dell’ estratto, il Vocab. bergam. del Tiraboschi s. ‘tòt’, ed esempi come con tilt la femna colla moglie, con tilt lii con lui, con tut lor con loro, ecc., sono a me noti anche dal contado di Bellinzona ; con tut li femni colle donne, nel saggio di Albosaggia ap. Monti, Voc. coin., p. 413, v. 30. V. ancora il Tommaseo s. ‘tutto’ e Meyer-Lubke Roman. Grramm. Ili 485. — Circa all’uso sitattico di ‘tutto’, mi si lasci notare esser fre- quente in CS il costrutto ‘il tutto clero’ per ‘tutto il clero’.
ultima : in u- all’ultim’ora CS 30v, 37v.
unclia mai M 101, 119, 123, 240,247,983, ecc. Ardi, glott. Vili 400, Margar.
unchan -m mai M 579, 1018, 860, 862, 907, 962, ecc. Deve trat- tarsi di unchan , nel quale, piuttosto che una pronuncia del dotto unquam simile a quella eh’ è nel mil. condàm quondam, vedrei un ‘unqu’ ànno’.
u n de U 48r, CS 9r, 32v, M 166, ecc. ; v. ‘onde’.
usgiere 1. us’ci-) usciere, portinaio, C 37r, 63v. Arch. glott. XII 438.
vecer vedere M 146, 167, 218, 443, 776, ecc.; ave z uà avve- duta M 152.
veda r vietare, rifiutare, C 63r, M 1135. Besc.
vedere la messa assistere alla messa, udire la messa, CS 26r. Nel frammento monzese della Passione (Zeitschr. f. rom. Phil. XV 489-91), al v. 25, c’è pure ‘veder [la passione]’ per ‘udir la storia della passione’.
vege vedere U 48v. Potrebbe essere un esempio per il num. 29; ma anche si pensa al piem. *végghe ecc. ben diffuso, p. es. anche nella Lomellina.
venia atto col quale si domanda venia, perdono, CS 15v, 40r, M 434. Grris. less. ‘uennia’.
i
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ver gonc a vergogna -car svergognare -cosso, vergognosa, M L57, 919, ecc. Griss. less. ‘uregon9a’, Besc.
vernar di venerdì. V. il num. 38, e Gorra Dial. di Piacenza, § 94. La stessa forma nelle Cronache Cremonesi dei sec. XV e XVI pubblicate da Pr. Robolotti nel 1° voi. della Biblioteca kistorica ita- lica; v. pag. 172.
v e s c o vescovo num. 39. Arch. glott. XI 305. vestimento veste 0 66r, M 333, 738. Gris less. ‘uest-\
ve oc end a : portar la v- fare le veci C 35r. Grriss. less., Arch. glott. XY 81, BdB.
via volta : trea v- tre volte M 656, spessa v- spesse volte M 163, 1077. Arch. glott. Vili 402, XI 305.
via carne nte subito M. 1132. Besc., Arch. glott. XY 81.
vi duo vedova U 46v (bis). Gris. less. ‘uidua’, Arch. glott. XV ‘veoab
vili a vigilia 0 64r, 65r. Gris. less. ‘uilia’.
viso : esser v- parere, sembrare, M 442, BdB. ‘devixob
vixagyo viso M 747. E il fran. visage come il visaggio del Voc.
v o ar M 1074 ; v. ‘vedar’.
volumtera benevolmente M 14.
vraxo verace U 45v, 48r, ver- C 28, M 854. Gris. less. ‘'uraxe’. x a y a M 746 ; v. ‘dexaya*.
z a s caun ciascheduno U 48v, ceschaduno n. 11. Arch. glott. Vili 337. zenzunio digiuno CS 8v zazunar -un io C 64v, 65r, ze- C 31v. V. anche ga-.
zeregado chiericato zerixi chierici (per il -xi, cfr. anche monexi monaci M 803) ; num. 19. Un altro esempio di £ da cl- par essere V a. berg. zesia , chiesa, Gloss. berg., ed. Lorck, pag. 140. zobia fem., giovedì CS 26v, ecc., C 35r., Besc. ^obia?. zonzer aggiungere M 47v. Gris. less. ‘Qonzerb zuarse prendersi giuoco, beffarsi, M 235. zuxa giù M 450 (ma zo M 231). Cfr. snxa- E v. s. ‘9’ e ‘g’.
Carlo Salvioni.
APPENDICE
Saggi dell’ antico parlare pavese.
I. Saggio del Grisostomo (Arch. glott. it. VII, pp. 4-6).
Ogne cosa de sto mondo ha qualche contrario lo qual ghe po far dagno. Exemplo de zo : lo rucin guasta ’l ferro, la camola lo drapo de lamia, lo lovo la peghora, l’aseo fa dagno al vin, l’amaro al dolce mel, la secea a la biava, la tempesta a la vigna, l’oste de le lagoste e de le garruele dà ’l guasto a le piante tenere e a gl’ atere ver- dure. Et a zo che, nomerando, le nostre parole no sian tropo longe, parlando in breve, ogne corpo terrestro si ha lo so morbo. Adoncha, choino tute ste cose si han chi ghe po noxer e toghe el so bon stao, chusi cerchoma in 1’ omo qual è ’l so mal e dagno e que ghe po noxe e guastar la bontae e la soa virtue. Altri pensan altro. Imperiò è bexogno menar e meter in mezo le falce opinion a lor confusion, e mostrar chieramente chorao sta la virtue, e che a nu nesun altrj po noxe de veraxo noximento noma nu instesi. Altrj doncha pensan che a l’omo noxa la grande povertae. Altri son chi crean che a l’omo noxa lo dagno de la roba o forza o altra rabia o la morte axerba. In queste o semeglente penne se crean che stea l’umanna miseria2 e pensan eh’ el sia da haver gran pietae de quei chi giaxan e venan a tal porto, e P un a l’altro parlati con lagreme e lamentando dixam: Hou, cliomo sta mal tal homo! de subito el gli* é tollegia quanta roba el aveva. D’ un altro se dirà: el giaxe in malatia grevissima, si che hi meexi de si non an speranza. De quei chi sono legai in ferrie o in cepi e son tegnui in preson [lacuna] .... Altri se lamentan de quei chi son deschazai de la soa citae o mandai lonce a star in con- fine in strannie terre. Altri de quei che son robai da hi lor inimixi e menai prexi a star in mal albergo, a esser tromentai e far re- hencion fin a strepar hi denchij e altre fere penne soce e desconce. Altri pianzan quei chi an roto in mar e perduo ogne cosa, o son negai in aqua, o bruxai in fogo e lor e la roba, o ama9ai soto techio
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mi
o muro deruinao, schicai chomo fughaze. Questi son pianzui dagli homi. Ma quei chi fan mal e vivan in peccao nessun gli pianze, nè per lor buta lagreme. An^e se fa pezo: che sovenzo hi son loai e benegexij e giamai beai. E questa è la caxon de ogni mal del mondo Hor ardiamente za vegnamo al ponchio. Ma, chomo fin dal principio nu omo pregao, nessun turba nè inpachia le nostre parole, ma caschun intenda e ascolta in paxe; e nu mostreremo e daremo a intende che nessuno, de qui mai desovre mentogai pò noxe al savio e bon homo, nè guastar nè corrompe la soa bontae, nè seno, nè virtue. Or me responde, pregote: Que dagno ha recevuo de soa bontae o del so bon presio, e qual virtue ha ’l merino nè perduo quel a chi è tol- lechia la roba per falsitae e rabia chi gh’ è butaa a dosso a gran traituria o preso e assidiao da laron da forche e robaor de straa e despoglió del tuto e romaxo nuo e bioto chomo el nassè de mare? E ’l per zo men bon homo? S’ el par per lo meglio, chomo
é dighio denaii9e, deschiaremo in prima qual è la virtue e la bontae
de 1’ omo. E a 90 eh’ eia se possa meglio ve^e e cognosse, pigliamo exempio e semegliauza d’altre cosse terrenne e corporal, e vezamo e examinamo ben qual è la virtue del cavai, e ond’ è la soa bontae e in que stà ’l so presio. Ve par eh’ eia stea in lo bel fren d’ariento e in le nobel coverture e in selle d’avolio lavorae a Tarssia, o in cor- delle o trece d’oro ligae e tessue in choa9Ìnne, 0 in lo bel frontal e nobel posne con gli cordon de sega, 0 in vesta de scartata 0 de zentil palio? Voli vu zuiar per questi adornamenti che ’l cavai sia bon e de gran virtue? 0 ve par forsse meglio che la soa virtue sia e se cognossa in corre forte e tosto, e s’ el ha bon pe e forti, s’ el va e
porta ben, e ha un bel e seguro ambio e troto da loar, s’ el a lo
pechio fermo e lo dosso san, e tute quele cosse che son de besogno per far un gran viagio e forte caminar per pree e per roche e per montagne derubie, o per dar bataglia e ronper e dar buto, e offende e aterrar e ulcir 1’ inimigo, e scampar de forti passi lo so segnor e trar for d’ogni perigol? No ve par certa cossa e chiera che in queste cosse, e no in gl’ altre, stà e se cognosse la virtue e ’l presio del zentil cavai ? Cussi de gle altre bestie, la prove9a lor tuta si è e se cognosse quando le pon portar gran carego, o tiran gran pexo in carro 0 in barozo. E quando alcun voi provar la bestia 0 l’animal, guardalo a 90 eh’ el porta a dosso ? 0 va cerchando e voi saver e ve9er e tochar s’ el è san e fermo e neto de tute le menbre, e guarda hi pe e gl’onge? Anchor quando nu voloma provar una vigna e saver
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que la vai, guarderemo nu se Fa loaghi filagni e gran cho e choa9e e molte viace, o cercheremo inance se la porta bon e do^e fruito e ughe in habundantia? Per lo semeglante se contempla e guarda l’oliva e gl’altri arbori fruteveli. Or doncha, per questo moho facemo de gli homi, e cerchemo e vezemo qual’ è e unde sta la veraxa virtue de Forno, e pensando e cognossemo, che inlor Forno habia e receva dagno quando la soa virtue se perde o se merma. In le riche9e no sta la bontae de Forno, a 90 che tu non temi la povertae;nè in la sanitae del corpo è la virtue de Forno, a 90 che tu 110 temi langor nè mala- tia ; nè Forno è bon per la gran fama e voxe e bona nominala, a zo che hi maldixanti no te fa9an paora; nè questa vita terrestra e corporal, comuna etiande a le bestie, non è ’l prexio de Forno, a 90 che forsse tu no tornissi la morte; nè in la libertae e franchisia e esser so segnor stà la virtue humana, a 90 eh’ el no se tema stao de servitue, né a Forno vegna ascharo d’ esser fante d’altri. Qual doncha è ’lla questa nobel virtue? Or fa bonne oreghie e te ben a mente e liate al dio e no t’ insan mae dal chor queste sante parole. Le se vorravan scriver de ietra d’oro fin e de sangue vivo, chi non avesse incrosto, e sculpir in la memoria chomo in marmoro vivo, sì che mae ste letre non possan croar via: la bontae de Forno e la virtue tuta e lo so valor e presio veraxo si è creer e cognosse e sentir de dé drigiamente in tuto, senza piar nè torce e vraxamente senza in- fen9er quel chi han scrito hi sancti homi del nostro segnor dé.
II. Saggio della Leggenda di S. Maria Egiziaca.
[vv 44-76] la mare l’a prexa per la man:
Eiglola, e so ben
che F è rea cossa chi te ten,
eh’ el no ve piaxe ni ve abellisse
eh’ el pare vostro ve admonissa ;
unde e ve prego e si ve conseglio,
et de questo me meraveglio,
90 eh’ el ve dixe ve sia a mente et fay lo so comandamento ; che, fìglola, s’ el ve castigha no ve devereve encreser miga, ma ve devereva pari bon et tenirlo pur a gran don.
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Do^e figlola, e v’ o nuriaga, lo biassmo e la caxun n’ è mea : el me fireva butao in ogyo se tu no fay co che voglio. Figlola mea, no ve desspiaxa co che ve digo, al cor ve gyaxa ;* ben poy creer eh’ el n’ è greve de questa sozura chi ve segue. Figlola mea, lo cor me fran9e et di et nocte pyura e pian9e, ni zamay no seró aiegra se vu no fay 90 che ve prego. Figlola mea, mar9e ve gyamo del pare vostro chi é si gramo, eh’ el é conducto a tal porto meglo sereve eh’ el fosse morto, ni eh’ el durasse questa pena. Do^e figlola, or me crey: fu9Ì questo mal e desmetilo, e quando tu l’avere fu9Ìo e te darò un rycho mario.
[728-67] Omay dighemo pur la gesta corno ella stete in la foresta.
Ma de fere bestie ve9eva, uncha pagora non aveva, per90 che 1’ era ressbaldia che dé era sego in compagnia. Tanto ge stete per duraa che tuta era desomeglaa per gran dexaxio che l’aveva, che mal mangiava e mal beveva ; fruste aveva le vestimente, no se tenivam più de niente ; ma 9e nuga più de trenta agni et desscoverta sen9a pagni; ma si aveva longhi li cavilli, che coverta era pur de quelli ;
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ny per fregyo ni per callura non ave altra covertura.
0 dexaya, qual dalmagyo !
Como era negro lo so vixagyo chi no soleva esser smario ma biancho bel e colorio !
E intra[m]be doe le oregye
solevam esser vermegle
et mo eran tute negrie,
per lo calor passe e rostie ;
la bocha, el vixo e lo menton
si negre9avam corno carbon vel ticon ;
la fronte e la petorina
someglaya scoila de spina ;
le brape, le man e le dye
eram tute desscholorie,
che someglavam de quelle osse
che fiam viste entro le fosse ;
lo corpo ge era asytiglao
affivelio e desscarnao,
magro era, secho corno sco^a,
no gh’era ni vigor ni fo^a.
chi l’avesse ve9uo inlora
be g’averave mixo pagora.
3. Saggio del testo U.
[45v] La possan9a de dé pare si ne conforta, la sapiencia del so caro et amoroso figlo sempremay si ne amaystra. La bontae, la luxe del Spiritu Sancto chi inlumina lo cor de li doexe appostoli, si ne inlumina lo cor e le mente nostre in la vita e in la morte.
Et azo, karissimi frael, che nuy siamo inluminay de quella sancta luxe, nuy diremo che questa venua, la qual 1’ alto Re de gloria n’ a prestao questa matina, sia fagya a so honor, a soa reverencia et a so loxo
Sia facta in dessca9amento d’ogni vicio e peccao, lo qual lo falzo inimigho n’ avesse fagyo cometer, ni cometer devessemo per li soy
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maligni inzegni. Sia fagia in memoria et regordamento de quella crudel morte et passion, la qual recevé lo nostro Redenptor per nuy misseri peccaor. Sia fagya in requie et reposso de tute le anime chi son in purgatorio, chi più penitencia a questo misero mondo no pon far. Et specialmente, karissimi frael, nuy habiemo a pregar per le anime de nostri pare, de nostre mare et de tuti nostri parenti et de tuti quey et quelle chi son stagie de questa congregacion, et de tute le semeglante, che lo segnor se degna de darghe vraxo refrigerio.
[47r]. Ancora habiemo a pregar per li fructi de la terra che lo segnor dé si gli guarda et conserva a quelle bonne personne chi am durao bregha o chi bregha ghe dem durar. Azo che elli possam are- goglie habondancia et a subvenirne a tuti qui chi n’ an neccessitae. Et azo che 9asschuna personna possa loar lo nome del Segnor lo qual si è benegyo -
[48r]. Anchor pregeremo lo nostro segnor benedeto per lo stao dela santa mare gexia, per meser lo papa et per li segnor cardinale et vescoe et prelati, et per tuti quei chi an a rezer lo povolo Cri- stian spiritualmente, et specialmente per meser lo vesco de Pavia, pare et pastor nostro, et per tuto lo so girao, et fray et previ chi no confessa et no cominicano et chi a no princhan
4. Saggio del testo CS.
[37v-38v], Ancora é statuto e ordenado che, se alcuna persona de la congregatione di verberati on de fora de la congregatione, in reverentia de dio e de la gloriosa vergene madona sancta maria, e in remedio e salute de la soa anima, avrà fato in vita on in ultima de la soa vita ala dieta congregatione, lo priore e lo sotopriore e li conselieri de la predicta congregatione sia tenudo e debia tosto fare de bona fede e mandare a executione tute quelle cosse le qualle son fate a la congregatione. E queste cosse lassade fizano distribuide integralmente ali poveri vergogniuxi che siano bexogniuxi, che siano de quella congregatione on fora de quela, secundo che sera piazudo al priore e el sotopriore e li conselieri, e che sera habyudo pyu con- venienti e piu utelle in remedio e in salute de le anime che ano lassado ala predicta congrecatione. E si dé fi fato almen fra uno mexe che segue dal di eh’ é lassado queste cosse ala congregatione, se non sera romaxo per iusta caxona e impedimento. E si li dicti
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priori e sotopriori e li conselieri non avrà observado e fato integral- mente le cosse sopradicte, se non ghe sera habiudo iusta caxone, alora fizano cassi e resmogi dal so offitio e altri de novi fizano renovadi e ellecti in logo de loro a quili offitij per quilli de la congregatione, in talle modo che loro inzi remosgi non possano nè debiano avere alcuno offitio
[30v- 31v]. Anchora è statuto e ordenado che a le spexe de la congregatione fìza comprado quatro cilostri de eira convenienti li qualli si debiano fi portadi aprixi sempre denanze al freto de cescha- duno morto che sia de la congregatione. E quilli cillostri deno stare aprixi cercha quello freto fin tro che quello corpo starà in la giexia on che al sera sepelido. Ancora fiza comprado tanti cilostri che siano de una libra 1’ uno, onde, quando alchuno de la congregatione sera passado de questo mondo, den fi portadi in mane aprixi, andagando con quello corpo a la giexia, e perfine che al sera sepelido, e poy stagando in la caxa de la congregatione con li altri quatro.
Ancora fiza comprado uno palio e fiza metudo sopra lo fredo. E lo corpo del defunte fiza metudo sopra quando al firà portado a la giexia per sepelire.
Ancora fiza abiudo uno fredo suffitiente ale spexe de la dieta con- gregatione, sopra lo qualle fiza portado li corpi de li defuncti de la dieta congregatione. E denanze e dedreto del freto sia metudo una croxe secundo lo modo e la forma de la congregatione, zoé rossa e biancha; e ge sia depincto sopra alchuni batadori da lado de l’una parte e da l’altra de quella croxe, denanze e dedreto del freto. E tuti altri cosse supradicte, zoé cilostri, palio, e lo freto, e tute le altre cosse ch’è per bexognio ala congregatione fizano reponude in logo honesto. E inzi fìza fato de le altre cosse, azó che quando sia per bexognio, onia cossa sia parezato e ordenado
5. Saggio del testo C.
[31v-32r]. Anchora che el se debia schivare da li zogi da dagi e da tuti li altri sozi zogi e inhonesti, e da zurare lo corpo de Cristo e de lo so sangue e de la vergene gloriosa, e al sancto dé evangelio e da tute le altre parole nocitive a l’anima. Anchora che el se debia schivare da intrare in taverne e maximamènte unde siano e uxano done iufamose e homini inhonesti e non componudi. Anchora che el
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se debia astenire da la propria dona quando el debe recevere lo vero corpo de Cristo almancho per cinque di inanze la receptione de quello corpo de Chisto e per cinque di poxo. Anchora elio é inte- gnudo e debe venire ogni prima domeniga de qual mese voglia se sia la matina a la caxa de la congregatione per casone de audire la messa la qualle se debe celebrare in honore de la vergene gloriosa. E che aora el debia dare uno imperiale a lo giavadore de la dieta congregatione per quella cossa la qualle a luy piaxerà da offrire a lo sacerdoto. Ancora che el debe venire a la predicta caxa ogni dome- niga e feste sollemne e ogni vernardi se comodamente el porà venire
a fare disciplina in quella medesma caxa
[p. 46r]. Ancora, carissimi fradeli, nu abiamo a pregare per li fructi de la terra, che lo signor se li guarda e si li conserva a quele bone persone ch’au duro e den durare brea, azó che possanno are- gogliera in abundantia e sovegnire a zaschaduna persona che neces- sitade abia, azó che le possano laudare lo nome de lo nostro se-
gnore
[p. 48 r]. Ancora duy pater nostri e dove ave marie diroma a honor e reverentia de lo nostro segnor meser yesu cristo per le anime per chi è facto la benisone : se 1’ é facta per anima che sia viva che lo segnor dé la guarda in li soi sancti comandamenti, e se Fé fata per anima passada da questa vita, che lo segnor de ancho de questo di
se degna de reduella a la soa santissima gloria
[p. 63r-64r]. Anchora quando fi predicado in casa de la dita con- gregatione, zo è minch prima domeniga de lo mese, anno uno anno e dusento vinte di de perdonanza.
Anchora quando li intrano in casa de la dita congregation, se disam di iin pina vose : la pase e la gratia de lo nostro segnor meser vhesu criste e la carità de Dio sia sempre cum tuti voi. E lo usgiere si responda: amen.
Anchora quando li intrano in la dita casa si din andà denanze a lo altare e dire devotamente lo pater noster e Fave maria tuto in zinogie. E poi se dica uno pocho più forte: benedito sia lo nome de dio e de la gloriosa virgine maria e de tuti li scancti sempre e senza fine. E da poi queli che son li disen responde in sondante vose: be- nedito sia mó e eternalmente. E da posa vagano a seder alo so logo tasando e pregando per tuti vivi e morti de la dita congregation, azó che dio li redua a verasa penitentia.
Anchora se alcun lassa per tre domenee continue che lo non veglia
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a la casa de la dita congregation, lui se fiza cassado de la congre- gafcion ; salvo s’al avese liccentia ou che lo fosse iustamente impazato. E se alcun officiai lassa doe domenee ch’el non veglia alo so offitio, lui si fiza cassado e non fiza receudo se no con deliberation corno al fusse un stranio
[pp. 64v-65r]. Anchora che zaschun de la dita congregation sia intenuo de zazunà tute le vilie de raadona scancta maria eh son quatro e tute le vilie de li apostoli e la vilia de san zoane batista e la vilia de san lorentio e la vilia de ogni scancti e la vilia de la pente- coste e tuta la quaresima e le tempore che son quatro e tute le vilie comandae da la scancta mare gesia. E se alchun fosse che non podesse zazunà, el pó redeme per limosna, zoè eh’ el daga disnà a un povero de cristo in quella mainera eh lo mangirave per si s’el lo pó fare ; e se l’é povero ch’el non lo possa fa, lu se daga un denar on du ala camera de la dita congregation. Li lavoro che non pono vive de lo so senza laorà né li infermi non son astriti né inte- nudi a questi zazunij.
Anchora che zaschadun de la dita congregation sia intenudo de obedi alo prió e ’l soto prió in zaschuna cossa che perten ala dita re- gula, e non den esse d’ alchuna altra regula e zaschun sia intenudo caramente acusase alo prior de le soe peccade alo tempo ordenao, zoé quel che li an fato centra la regula, e de receve humilmente mincha pena la qual ge imponerà lo prior
6. Il sonetto di Lancino Curzio
Il codice Magliab. II, n, 75 della Nazionale di Firenze, a C.ta 171b, e quello della Nazionale di Parigi 1513, a C.ta 182% contengono un sonetto che ambedue attribuiscono all’ umanista e poeta milanese Lancino Curzio (m. 1512) e am- bedue dicono scritto ‘ne lo ydioma pavese’ (1). Il qual giudizio s’avvalora per le circostanze locali adombrate nel sonetto (la menzione dei frati di S. Agostino della Cittadella, il Carmine, il mercato del filo), ma più ancora pel paragone del suo dialetto con quello degli altri documenti pavesi dei quali è consacrato questo lavoro. Può essere un caso che ne’ 17 versi, — una materia bene scarsa — non occo 'ra nessun esempio di -g- per d, e d'altra parte non é in essi nessuna occa- sione per la I plurale. Ma gli esempi per il -g- soppresso abbondano, s’ha
(l) E la indicazione si riferisce proprio solo al sonetto cui sta in testa. I sonetti che seguono, siano o non sian tutti di Lancino, sono scritti quali in dialetto bergamasco, quali in milanese.
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inoltre un esempio di -dr- in r ( carreya ), più esempi di -è — - èlio , e di -ó da -dto. Ce n’è, parmi, tanto che basti (1).
Sennonché il testo di Lancino è a noi giunto per opera di trascrittori che certo non ne capivano nulla, e sotto la cui penna il testo s’ è evidentemente guasto. Arrogi che Lancino allude a fatti e circostanze locali note alle persone per cui scriveva, ed era quindi dispensato da entrare in particolari, che age- volerebbero tanto la nostra interpretazione. Onde m’ è giuocoforza confessare che per me il sonetto è un enigma nel suo insieme, pur riuscendo io a capire il senso di molte parole, di non pochi versi. Potrei avventurare delle congetture, ma me n’astengo, non appoggiandosi esse che su considerazioni soggettive.
Il testo è riprodotto in base ai due codici, le cui varianti, quando non sieno meramente ortografiche, indico in calce colle sigle P (— parigino) e F (= fio- rentino) (2).
M. Lancino ne lo ydioma pauese
I frai di Sant Ustiii di citayela Strauesti da babà senza cape Ciolle: pauia : pin e bue Al chuno del Carmio han robo la siela Zuannina fai fuouo alla payela E fu sidio: in una scuela e un piate La nosa petrassa ho bruso el caulce Al pe del fouola su la briela Grim de san grin mille fìrin Zua del trailo de la sua botheya Da santillena va al marzo hospya.
Bastian nella bonza mo un fantin Ve par bel zuuo mó bella bria Rompe la ceria al preuio cun la carreya Vna monia credeva D’aconza el stomio andò senza caui Da santo homo fin al mercha del fi
(1) La esemplificazione dei fenomeni é già stata data incidentalmente quassù a pp. 196, 197, 201, 202, 206.
(2) Debbo infinite grazie al Signor Prof. J. Mongin, il quale, con non minor cortesia che esperienza, ha voluto fornirmi la copia del sonetto qual é nel cod. parigino. Il testo fiorentino me 1’ ero copiato io stesso ; ma, sopravvenutomi qualche dubbio, mi rivolsi alla illuminata bontà del Rajna, il quale mi fornì una nuova copia, da lui eseguita. Questa consente colla mia, ma il lettore sarà ben contento di dover accordare la sua fiducia al Rajna, anzi che a me.
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varia lectio. Titolo : nello F. — 1 II Rajna L. astimi nella mia copia trovo Vstim. — 3 Potrebb’essere pania ; in F è pania che, accentuata la terza asta del m, ci condurebbe a1 lo stessa forma che in P. — 4 II Mongin leggerebbe caremio , ma se ne dichiara assai malsicuro. — 5. Zuamima F. — 6. E frixi P. —
9. Grui de san gruì P. In F, è un segno di abbreviatura sopra a Grim. —
10. della F; but.eya P. — 14. premo F, ma v. l’osservazione fatta a proposito di pama al v. 3. — 17. San Thomo P.
Do ora qui la versione letterale di quelle parti che sono per me relativamente chiare :
I frati di Sant’Agostino di cittadella Travestiti da senza cappello
: pieni (o pieno) . . . budello (o budelli)
Al curato del Carmine han rubato la sedella [il secchio).
Griovannina fà il fuoco alla padella E fu seccata: in una scodella e un piattello
ha bruciato
Al piede del focolare sulla predella.
mille fiorini
Giocato del traffico della sua bottega Di Sant’Elena va al marcio (?) ospedale.
Bastiano nella bigoncia (?) come un ragazzo:
Vi par bel giuoco mo’, bella brigata,
Romper la chierica al prete colla sedia?
Una monaca credeva
D’aggiustare lo stomaco; andò senza capelli (scapigliata?) Da (un) sant’uomo fino al mercato del filo.
note. 4. Emendo chimo in churo e leggo churò , col solito -o da -dto. — E- mendo pure Carmio in Carmino. — 6. sidio sarà forse errato per sidia [sidid) come ho al v. 7 sta per ha. A meno che Zuanina fosse altra cosa che ‘Gio- vannina’, e designasse una persona di genere mascolino. Quando a sidid , esso sarebbe il veneto sididr seccare, infastidire, che vive anche nel monf. sidiè affaticare. — <S. briela : cfr. il mil. brella , ecc. e l’a. pav. bridela in questo Bollettino I, 165. — 9. Cosa si celi sotto Grim, non so vedere. Potrebb’essere il nome del soggetto di va al v. Il ; ma il soggetto potrebbe anch' esser Zua- nina, e allora l’intero verso sarebbe, il che a me par più plausibile, una escla- mazione. Di firin fiorino, v. più indietro il less. s. ‘firio’. — 13 Se zuuo non è un errore per zuouo (cfr. fuouo al v. 5), bisognerà leggere zuuo ( zùvo ). — 17. Potrebbe anch’esser San Thomò S. Tommaso, dove per l’-d (—-do), ricor- derei il ven. Tomdo. — 11 ‘mercato del filo’ era la piazza poi chiamata ‘del lino’ e ora ‘del popolo’.
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7. 11 testo del Lampognani.
NB. Agostino Lampognani da Milano (v. Fontanini-Zeno, Bibliot. dell’ El. it., I, 48) pubblicava nel 1653 (Milano, Lodov. Monza stampatore) i suoi Diporti Academici. Nel 16" di questi, viene egli parlare Be' dialetti overo de gl'idioti- smi d' alcune Città d' Italia, e a darci quindi un saggio dei dialetti di Firenze, Ber- gamo, Venezia, Milano, Pavia, Piacenza, Bologna e Genova. Riproduco qui il Saggio di Pavia (pp. 214-5), che mi par essere una invenzione quanto mai arti- ficiosa. Cosi le forme ol il, loui , lontd , tat rammentan Bergamo, non Pavia.
Per cunt del parla Paues. Am partì del Pont d’ Tesin pr andà in piazza pizenena a guarda ol Regisò. Ha vedi li die fanteine, che comprauan, chi on xin d’insalateina, chi on quattrign d’ loui, e alter cos. E puu andò dal Buschè, che sta sù ’l piazzuù d’ San Gabriel, pr aspetta n’ amigli, che vegnes. Al gh era vn in la bottega, che contò, che in lontà paes on vecch fù strologa dà on strolog, eh ’l guar- das i fatt suù, perche al sarau mort da quai cosa, che gh fus dà sù ’l cò. Sto pouerom, quand l’andana a torno, noi curaua de scapuzzà, per guardà in sii. On dì, essend bel temp de Primauera, al ghe vegli vuia da pià na Fiammà de fuog alla Spagnola, cioè, de fas vede e scaldà dal Sol. L’andè in on camp, e credend d’es secur, al mes da part ol cappiè, el se slazzè el gippon. La disgratia fù, che l’heua ol cò plà, la barbà plà, e tutt tat plà, che chi gh’ haues mes in bocca on pomaranz, e mettel in taula, al sarà pars ona testa de vedel. Menter al godeva d’es dal Sol guardà, al corp de mi, on’Aquila volaua in alt con ona bissascuderera in ti ong pensand, che ’l cò del vecch fuss on sass de marmor bianch, la ghe lassò cascà sù ’l cò la bissa scudelera, quand al se sentì rott ol cò, al comenzè a cridà vàh vah, Dionmen, e così al tirò i lacchet, e andò a prlà a Pilat.